ISSN 2039 - 6937  Registrata presso il Tribunale di Catania
Anno XI - n. 12 - Dicembre 2019

  Studi



Il sonno della ragione sui conti pubblici e sui rapporti con l’Unione Europea.

di Franco Gaboardi
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IL SONNO DELLA RAGIONE SUI CONTI PUBBLICI E SUI RAPPORTI CON L’UNIONE EUROPEA 

di Franco Gaboardi

Con questo breve saggio si vuole porre l’attenzione sulla dimensione europea del quadro complessivo delle entrate, osservate proprio da questo punto di vista che si astrae dalla logica nazionale, con cui, invece, si è abituati a confrontarsi. Infatti, il bilancio dell’ordinamento europeo influenza decisamente ed in modo significativo la politica fiscale dei Paesi membri e di ciò non si può non tener conto.

Si potrebbe pensare a poste di bilancio “a geometria ristretta”, parlando di tasse ed imposte europee, come ad esempio le spese per la difesa sostenute con trasferimenti dai bilanci nazionali. I poteri e le decisioni di voto direttamente nel Consiglio europeo e nel Parlamento europeo dopo la votazione nei singoli organi di governo e di legislazione nazionali.

Sia il Fiscal compact, sia l’European Stability Mechanism vengono collocati nel sistema comunitario con ruoli adeguati per il Parlamento europeo, per la Commissione e per la Corte di Giustizia, ma non per i Paesi membri dell’UE. In sostanza, ciò per cui si viene discutendo anche animatamente nei vari consessi è principalmente la valutazione della convenienza o meno di costituire un Tesoro europeo a garanzia comune sui debiti degli Stati; ciò a patto che questi siano in regola con il Fiscal compact, evitando i rischi di default.

Ma ecco che una riflessione doverosa si fa strada nel ragionamento.

Siamo sicuri che non vi sia proprio un’alternativa alla strategia intrapresa dagli Stati su monito dell’Unione europea? A parere di chi scrive, la revisione puntuale del Fiscal compact non comporterebbe la compromissione degli equilibri di bilancio europei, non mettendo a rischio l’auspicato meccanismo degli Eurobunds, soprattutto considerando che questi sarebbero emessi e destinati al sostegno degli investimenti per un grande piano di sviluppo dell’economia dell’eurozona. Lo scopo sarebbe di fronteggiare il mercato asiatico, russo ed americano che al contrario del nostro continente fanno quadrato utilizzando tutte le sinergie disponibili. Quindi, divisi si perde, uniti si è più competitivi.

Bisogna ridisegnare un piano strutturale industriale e tecnologico per rimettere in funzione i beni pubblici, come l’energia, l’ambiente, la ricerca, le infrastrutture, il tutto in una logica di crescita globale e compatibile con le esigenze del nostro tempo.

La globalizzazione, un incubatore economico e finanziario mal gestito, può diventare una forte opportunità, in cui le Regioni possono giocare un ruolo importante, dopo l’auspicio del completamento della riforma costituzionale del 2001. Infatti, si potrebbe porre fine a quella competenza “concorrente” che ha generato confusione e ritardo nelle decisioni, dovendo interpellare spesso la Corte Costituzionale per ragioni di conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. Allora ci si domanda quale sia il nuovo ruolo delle Regioni, per essere in grado di fronteggiare i rigurgiti di crisi che periodicamente si ripresentano. In sostanza, i meccanismi europei stanno dimostrando troppa intransigenza con effetti negativi sulle risorse dei singoli Paesi, soprattutto per quelli più fragili per colpa di un debito pubblico elevato e pregresso.

Un semplice esempio. Il denaro da uno Stato va a Bruxelles e qui si decide se e come deve tornare ad una Regione, con tutti i limiti di cui sopra, ma questo meccanismo ha dimostrato di non funzionare adeguatamente, almeno per come lo si era immaginato.

Altro esempio. Il nostro Paese, che non spende denaro per creare crescita economica, finisce per “regalarlo” a Paesi come il Portogallo o la Polonia che, al contrario, lo sanno utilizzare per la capacità di presentare progetti adeguati e avendo parametri molto più favorevoli (meno debito, un costo del lavoro basso, una politica industriale attenta, un sistema fiscale non oppressivo…). Dunque, si dovrebbe in primis ribadire i principi del Trattato di Lisbona, con i suoi contenuti solidaristici richiamati spesso anche dal Presidente Juncker, mentre il governo Monti ha costruito il two pack, cioè attraverso la forza vincolante dei regolamenti europei, ha voluto l’introduzione delle sanzioni automatiche per debito e disavanzo eccessivi, trascurando che questi meccanismi (two pack, six pack, fiscal compact) portano un eccesso di rigore matematico, culminando con l’inserimento del pareggio di bilancio nell’art. 81 della Costituzione.

La conseguenza che ci si doveva attendere è la potenziale distruzione del pensiero europeo che aveva in mente Altiero Spinelli e l’intelligenza lungimirante e politica di Alcide De Gasperi, che tutti sottolineano ma che evidentemente non considerano come si dovrebbe, ma ciò presupporrebbe di conoscere a fondo la sua opera. E poi l’istituzione ecclesiastica, che nel ventennio fascista simpatizzava per il regime, per poi convergere su ideologie opposte, predicando la nuova ricetta in linea con le grandi lobby e le banche, cioè impoverire tutti per controllarli meglio, una riflessione che si faceva strada con il papa emerito Benedetto XVI, uno tra i migliori statisti e studiosi che abbiamo avuto nella storia della Chiesa.

In sintesi, gli egoismi degli Stati dell’UE non devono mettere a repentaglio la costruzione di un’Europa politica e fiscale, altrimenti tutto rimane relegato agli scambi commerciali e ai vantaggi economici che questi comportano, ora per questo ora per quello Stato. E cio è ben lungi dal pensare di poter gestire in modo virtuoso fenomeni internazionali come la globalizzazione e l’immigrazione, fenomeni irreversibili, ma che possono amplificare molti aspetti virtuosi dell’intera eurozona.