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Anno XVI - n. 07 - Luglio 2024

  Studi



L’equità intergenerazionale delle politiche monetarie e delle politiche fiscali. Ricostruzioni e spunti di riflessione.

Di Roberta Perongini
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                  L’equità intergenerazionale delle politiche monetarie e delle politiche fiscali.

Ricostruzioni e spunti di riflessione.

 

Di ROBERTA PERONGINI

Abstract

Il principio dell’equità intergenerazionale, come dimostra anche la giurisprudenza sinora formatasi in materia, è divenuto uno dei canoni fondamentali per orientare l’azione dei decisori pubblici verso la ragionevolezza, l’equità e la sostenibilità. Nato nel contesto ambientale e in ambito sovranazionale, in seguito all’entrata in vigore della legge costituzionale 11 febbraio 2022, n. 1, il principio è attualmente menzionato all’articolo 9 della Costituzione ed il medesimo aspira a permeare di sé anche le politiche economiche e, in particolare, le politiche fiscali e le politiche monetarie. In tal senso, osservare il principio dell’equità intergenerazionale nelle decisioni di spesa pubblica e nelle decisioni monetarie, potrebbe gradualmente condurre ad un ripensamento del concetto di sostenibilità delle finanze pubbliche nonché ad interrogarsi sull’effettiva capacità dell’investimento pubblico di garantire la crescita della società.

 

The principle of intergenerational equity, as demonstrated by the jurisprudence formed so far, has become one of the most important rules which can direct the policy making process towards reasonableness, equity and sustainability. Born in the environmental subject and among the law of the European Union, now the principle is currently mentioned in article 9 of the Italian Constitution and it aims to permeate fiscal policies and monetary policies. In this sense, observing the principle of intergenerational equity in public financial and monetary decisions could gradually lead to a deep rethinking of the concept of sustainability of public finances as well as questioning the effective capacity of public investment to guarantee the growth of society.

 

 

SOMMARIO

  1. Il principio di equità intergenerazionale.
  2. La giurisprudenza sull’equità
  3. L’equità intergenerazionale, le politiche monetarie e le politiche
  4. Le politiche monetarie e le politiche fiscali in generale.   

    4.1. Le politiche monetarie.

    4.1.1. “Inflation targeting” e “monetary targeting”.

    4.1.2. Politica monetaria “convenzionale” e “non convenzionale”.

    4.1.2.1. Politica monetaria “convenzionale”.

    4.1.2.2. Politica monetaria convenzionale in economia aperta.

    4.1.2.3. Politica monetaria “non convenzionale”.

    4.1.3. Ulteriori relazioni tra il mercato finanziario e quello della moneta.

    4.2. Le politiche fiscali.

    4.2.1. Pareggio e disavanzi di bilancio.

    4.2.2. La spirale del debito e le possibili azioni del governo.

    4.2.3. Politica fiscale in economia aperta.

  1. Misure di politica monetaria e misure di politica fiscale.

    5.1. Politica monetaria.

    5.2. Politica fiscale.

    6. Conclusioni.

 

1.      Il principio di equità intergenerazionale.

 

Il principio di equità intergenerazionale impone agli ordinamenti costituzionali di essere lungimiranti nell’assicurare la tutela dei diritti della collettività, proiettando siffatta tutela anche sulle generazioni   future[1].

L’azione politica e legislativa odierna, dunque, deve tenere in considerazione anche il domani, al fine  di garantire i diritti della società che verrà e non soltanto quelli della società del presente[2].

In tal senso, il principio dell’equità intergenerazionale si realizza non soltanto per il tramite di norme che garantiscano il pareggio di bilancio[3], ma altresì, come si vedrà nel prosieguo, soprattutto per il tramite di politiche fiscali e monetarie che siano in grado di assicurare la crescita[4].

L’equità intergenerazionale, in particolare, assicura la responsabilizzazione delle politiche pubbliche sotto il profilo del bilanciamento delle scelte presenti con l’integrità delle prerogative della collettività del futuro, nonché sotto il profilo della creazione di un indefettibile raccordo tra la gestione delle risorse, presenti e future, e il mandato elettorale dei rappresentanti del popolo, i quali devono astenersi   il più possibile dal traslare sulla società del domani costi eccessivi sostenuti per le politiche di oggi[5].

In materia finanziaria, il principio viene declinato prevalentemente nell’accezione di “equilibrio finanziario intergenerazionale” ed impone di rendere le decisioni finanziarie attuali sostenibili per le   generazioni future[6].

 

2.       La giurisprudenza sull’equità intergenerazionale.

 

La perimetrazione dell’ambito di operatività del principio di equità intergenerazionale in materia finanziaria è stata operazione di matrice prevalentemente pretoria, condotta soprattutto nel senso di affermare che, nel settore economico, suddetto principio chiamerebbe il legislatore a valutare, nell’elaborazione delle poste di spesa, se l’intervento sulle voci del bilancio, in particolare ove condotto in riduzione, sia compatibile o meno con la tutela dei diritti sociali[7].

La variabile della compatibilità sociale, dunque, rientrerebbe a pieno titolo tra le determinanti che il legislatore stesso deve considerare nell’esercizio della propria discrezionalità politica, poiché, alla stregua dei principi di solidarietà, di eguaglianza e di equilibrio di bilancio, gli si imporrebbe di limitare ragionevolmente il sacrificio che i cittadini devono sopportare per l’attuazione delle politiche pubbliche, con particolare riferimento al sacrificio che le future generazioni dovranno sostenere in riferimento all’indebitamento contratto nel presente.

Fermo restando che, ove la garanzia dei diritti sociali comporti spesa, i cittadini sono coinvolti, attraverso la tassazione, negli oneri economici che la stessa determina, è innegabile che la spesa debba essere sostenibile, in particolare nel futuro[8].

Così considerata, la compatibilità sociale della scelta finanziaria rientra pienamente, non soltanto tra i principi ispiratori delle leggi, ma anche (e conseguentemente) tra i parametri che il Giudice delle Leggi può considerare per verificare che la decisione economica sia ragionevole e proporzionata[9].

Nel decidere, così come nel condurre lo scrutinio di legittimità costituzionale, rispettivamente, il legislatore e la Corte Costituzionale, verificheranno, dunque, la ragionevolezza e la proporzionalità delle manovre finanziarie a partire, anzitutto, dall’esaminare gli effetti che queste ultime importano sul macrosistema sul quale impattano e, in via primaria, sui settori ad alto assorbimento di risorse e di maggior rilevanza sociale, vale a dire i sistemi previdenziale e pensionistico[10].

Secondariamente, occorrerà verificare quale sia, in considerazione di fattori tanto esogeni quanto endogeni, la complessiva situazione delle finanze pubbliche e se l’azione finanziaria possa in questa inserirsi o se possa eventualmente ledere l’affidamento della collettività, in specie delle fasce più deboli della popolazione, su prerogative già acquisite e per queste ultime essenziali[11].

Infine, particolare attenzione sarà da dedicare agli interventi che importino un aumento della capacità  di spesa al fine di verificare se gli stessi siano coperti o meno da effettive risorse.

Irragionevoli appaiono, nello specifico, le manovre di bilancio che si estendano lungo un arco cronologico eccessivamente lungo, a maggior ragione ove esse intervengano su una situazione di preesistente squilibrio finanziario il quale, per effetto conseguente, si protrarrà negli anni a venire[12].

Lo squilibrio non tempestivamente risanato, infatti, è destinato a ripercuotersi oltre la dimensione delle risorse presenti e, in maniera ingiusta e illogica, andrebbe ad estendersi alle generazioni future, con relativa lesione del principio di rappresentanza democratica dovuta all’obnubilamento, grazie allo scorrere del tempo, della responsabilità degli amministratori che hanno provocato il deficit[13].

Tali soluzioni risultano impraticabili dal momento che esse finiscono per trasformarsi in vere e proprie deroghe permanenti al principio di equilibrio di bilancio e, sebbene il legislatore possa scegliere a quali criteri e a quali modalità ricorrere per rimediare ai disavanzi, soluzioni del tipo di quelle descritte, si ripercuoterebbero ben oltre il ciclo di bilancio ordinario, con evidente compromissione delle regole inerenti l’indebitamento[14].

Sugli amministrati futuri verrebbero infatti a gravare risalenti e importanti quote di deficit, dovute alla lesione del principio della copertura pluriennale delle spese, e determinate, altresì, dalla dilazione temporale del rientro, la quale comporta la permanenza del deficit strutturale e dell’indebitamento[15].

Perpetuare il debito rende impossibile qualsiasi ragionevole progetto di risanamento delle finanze pubbliche, compromettendo, così, l’opportunità di crescita delle generazioni future e la garanzia di risorse sufficienti a garantirne l’equilibrato sviluppo[16].

In senso non dissimile, appare irragionevole la scelta di anticipare liquidità per coprire i fondi a copertura dei crediti di dubbia esigibilità, ove questa decisione possa incidere in modo negativo sull’equilibrio di lungo periodo dei conti nazionali e frustrare, considerato altresì il rapporto tra calo  demografico ed erosione della base produttiva, il patto tra le generazioni sul quale di fonda il sistema                         previdenziale[17].

Anche il giudice contabile, in sede giurisdizionale e in sede di controllo, è chiamato a scrutinare la compatibilità delle decisioni finanziarie e di bilancio delle amministrazioni pubbliche con il principio  dell’equità intergenerazionale[18].

Muovendo dalla considerazione per la quale, un passato finanziario disequilibrato può continuare a riverberare i propri effetti sul presente, il quale, di conseguenza, potrà trovarsi ad arrancare in ragione del debito non risanato, il sistema previdenziale risulterà maggiormente equo ove sarà in grado di garantire la corrispondenza tra le risorse disponibili e le prestazioni erogate in modo tale da impedire alterazioni della disponibilità economica a svantaggio di alcuni contribuenti e a vantaggio solo di altri[19].

In senso non dissimile, il legislatore potrà spingersi sino a prevedere veri e propri prelievi di solidarietà finalizzati a minimizzare il prelievo contributivo sugli attuali lavoratori, purché le erogazioni finalizzate a garantire la dignità dell’esistenza risultino integralmente salvaguardate[20].

L’azione finanziaria dunque, sarà conforme ai principi di continuità, veridicità, equilibrio dinamico, trasparenza ed equità intergenerazionale, ove mostri adeguata copertura finanziaria e ove sia sorretta da un’attività di attento monitoraggio della generale gestione di cassa; ove l’utilizzo delle entrate a destinazione vincolata sia limitato entro i parametri previsti dalla legge e, infine, ove le scritture contabili siano in regola[21].

Viceversa, ove si ravvisi l’utilizzo di disponibilità liquide di parte capitale per finanziare i pagamenti correnti ovvero il disallineamento tra la durata del debito e il periodo di ammortamento dell'opera pubblica realizzata, le decisioni non potranno darsi decisioni in regola con il canone della solidarietà tra generazioni[22].

 

3.       L’equità intergenerazionale, le politiche monetarie e le politiche fiscali.

 

Alla luce delle premesse sinora condotte, appare evidente che le opzioni di politica economica che meglio si adattino al principio dell’equità intergenerazionale siano soprattutto le politiche di tipo espansivo, condotte nel rispetto di regole che mirino ad assicurare la stabilità delle finanze pubbliche, e la cui responsabilità venga assuntane da istituzioni solide ed indipendenti. 

Come anticipato, tali politiche andrebbero in ogni caso condotte perseguendo l’obiettivo di mantenere il debito pubblico moderato, nel rispetto del vincolo di bilancio, ma altresì al fine di tutelare, sul lungo  periodo, il consolidamento di adeguati livelli di tecnologia e di risparmio, al fine garantire la crescita[23].

In particolare, dunque, le politiche monetarie e le politiche fiscali che meglio possono tutelare e garantire i diritti delle generazioni future risultano essere le politiche che si basino su un’emissione contenuta di titoli del debito e che, contemporaneamente, abbiano come obiettivo il sostegno dei diritti sociali.

Guardando alle politiche monetarie, il perseguimento della solidarietà tra generazioni, presupporrebbe di agire attraverso misure che scongiurino l’elevata inflazione e che continuino a basarsi sul divieto di monetizzazione del debito pubblico nonché sulla repressione dei tentativi di aggiramento del medesimo[24].

Guardando alle politiche fiscali, invece, l’equità intergenerazionale si realizza anche e soprattutto attraverso politiche che siano in grado di indirizzare il risparmio di spesa verso la garanzia dei diritti della collettività e non soltanto per il tramite di politiche di mero contenimento della spesa, funzionali ad assicurare il pareggio dei conti pubblici attraverso la revisione del finanziamento statale nei settori ad alto assorbimento di risorse.

Così considerate, infatti, le politiche dette “di austerità fiscale” potrebbero, sì, garantire alle generazioni future conti in regola in relazione al costo della garanzia dei diritti presenti, ma potrebbero anche non riuscire ad assicurare alle medesime la crescita e diritti pieni ed effettivi[25].

Per realizzare l’equità intergenerazionale, invece, il risparmio di spesa presente deve essere progressivamente reinvestito nel sostegno della domanda aggregata e dell’occupazione[26].

Ciò, agendo nel presente ma pensando al futuro.

Il giusto contemperamento e l’ottimale equilibrio tra la scelta pubblica presente e la tutela dei diritti attuali e futuri, infatti, permetterebbe di tramandare alle generazioni a venire, investimenti e produzione incoraggiati, spesa pubblica mirata e razionale, disoccupazione e inflazione contenuti, progresso tecnologico sostenuto[27].

Soltanto l’investimento strategico, e non già il mero obbligo di pareggio, può servire a compensare la riduzione dell’autodeterminazione sulla spesa della generazione presente e ad evitare la trasmissione alla società che verrà, nonché la ripercussione sulla medesima, di un presente basato sulla spesa pubblica elevata, su uno scarno sostegno della domanda aggregata, su alti livelli di disoccupazione e, in definitiva, su ridotte possibilità di crescita effettiva, le quali non costituiscono certo un veicolo per la realizzazione del principio di equità intergenerazionale[28].

Il perseguimento dei diritti di carattere sociale e le decisioni sulla spesa e sulla moneta, in definitiva, si intrecciano tra loro e tra loro devono ponderarsi trovando, entrambi, un forte limite nella tutela delle generazioni (presenti e future) realizzata, sì, attraverso la riduzione del debito che la generazione attuale lascerà in eredità a quella successiva, ma anche, come anticipato, attraverso l’investimento di qualità nei settori strategici per lo sviluppo sociale[29].

Entro tale scenario, anche le strategie consistenti nell’imposizione di contributi o di meccanismi di adeguamento automatici risulterebbero incompatibili con il principio dell’equità intergenerazionale ove le medesime producessero come risultato ultimo il freno delle dinamiche di crescita[30].

In senso non dissimile, ogni misura fiscale che sia in grado di determinare disequilibri nel ciclo entrata-spesa o che sia in grado di aggravare squilibri già esistenti e non tempestivamente risanati, produrrebbe un’irreparabile lesione del principio di rappresentanza democratica, generando una sorta di oblio e di immunità a favore dei responsabili, la cui azione, causa di risalenti ed importanti quote di deficit per gli amministrati futuri, risulterebbe stemperata dal mero trascorrere del tempo[31].

È di non poco conto notare come, nel novero di misure inconciliabili con l’equità intergenerazionale, rientrano anche le misure legislative volte a perpetuare i disavanzi nel tempo così impedendo, di fatto, ogni tentativo di positiva compensazione tra gli oneri sottesi alla loro realizzazione e l’efficace investimento per la relativa copertura[32].

 

4. Le politiche monetarie e le politiche fiscali in generale.

 

Per rintracciare il fondamento teorico di quanto sin qui asserito occorre ricostruire i principali  meccanismi di funzionamento delle politiche fiscali e monetarie.

 

4.1.      Politica monetaria.

 

Attraverso la politica monetaria la banca centrale determina il tasso d’interesse nominale a breve termine e regola, di conseguenza, la domanda e l’offerta di moneta[33], al fine di mantenere l’inflazione bassa e stabile[34] e al fine di stabilizzare la produzione al suo livello potenziale[35].

Gli effetti della politica monetaria dipendono in prevalenza dalle aspettative sul tasso d’interesse[36].

Le aspettative connesse ad un tasso d’interesse attuale basso, per esempio, potrebbero portare ad ipotizzare un più elevato livello di produzione per il futuro e, dunque, un aumento della spesa privata.

Tutto dipenderà da come gli individui e le imprese reagiranno agli annunci di politica monetaria, l’annuncio potrebbe coglierli di sorpresa, con conseguente variazione delle aspettative, oppure potrebbe non coglierli di sorpresa, con conseguente invarianza delle medesime[37].

4.1.1. Inflation targeting e monetary targeting.

 

Fino agli anni ’80 del XX secolo, le banche centrali impostavano la loro condotta sullo schema del monetary targeting, vale a dire sulla scelta di un determinato tasso di crescita dell’offerta di moneta[38].

Lo schema si basava sul presumere che un basso tasso di crescita della moneta potesse contenere l’inflazione: l’offerta di moneta, dunque, veniva ampliata o ridotta oltre il tasso fissato, a seconda che si versasse in periodi di recessione oppure di espansione[39].

A partire dagli anni ’90 del XX secolo, invece, il monetary targeting è stato sottoposto a revisione critica, in quanto è stato appurato che la relazione sussistente tra tasso di crescita della moneta e inflazione fosse meno forte di quanto si pensasse.

In particolare, l’attenzione è stata spostata direttamente sul tasso di inflazione e non più sul tasso di crescita della moneta: è stato considerato che, nel breve periodo, durante il quale si assume che i prezzi sono rigidi, variazioni del tasso di crescita della moneta influenzano la produzione e non l’inflazione.

Per le ragioni considerate, l’inflation targeting ha progressivamente sostituito il monetary targeting.

Lo schema dell’inflation targeting prevede, contrariamente a quello fissato dal monetary targeting, di fissare un determinato tasso d’inflazione come obiettivo principale e di utilizzare il tasso d’interesse per raggiungere tale obiettivo: in particolare, la banca centrale dovrebbe aumentare il tasso d’interesse quando il tasso d’inflazione è al di sopra del livello scelto e dovrebbe ridurlo quando il tasso d’inflazione è al di sotto del tasso scelto[40].

Tale nuovo schema, dunque, non rinuncia al controllo della produzione, potendo agire con il tasso d’interesse, indirettamente, anche sui prezzi[41].

Il funzionamento del modello di inflation targeting, infatti, è legato all’individuazione del tasso d’inflazione ottimale il quale, nello specifico, è quello che riesce a contemperare i costi e i benefici portati al sistema economico dalla inflazione stessa[42].

4.1.2. Politica monetaria convenzionale e non convenzionale.

4.1.2.1.     Politica monetaria convenzionale.

La politica monetaria si dirà “convenzionale” oppure “non convenzionale” a seconda che il tasso d’interesse da manovrare sia pari a zero oppure no[43].

La politica monetaria convenzionale, è attuabile ove non ricorra il caso della trappola della liquidità, altresì detto di “zero lower bound”, ovverosia il caso in cui il tasso d’interesse raggiunga lo zero e non siano più possibili aggiustamenti.

La banca centrale, in questo caso, opererà in via espansiva oppure restrittiva a seconda che la manovra dalla medesima attuata implichi la riduzione del tasso di interesse e l’aumento dell’offerta di moneta oppure implichi l’aumento del tasso di interesse e la riduzione dell’offerta di moneta[44].

La riduzione del tasso d’interesse farà aumentare la produzione e l’investimento, nonché il reddito disponibile e il consumo: in generale, dunque, nel primo caso, nel breve periodo, la produzione e i consumi saranno incentivati con conseguente effetto benefico per l’economia[45].

L’effetto sarà opposto in caso di intervento riduttivo.

Un intervento di politica monetaria espansiva potrà avvenire anche in combinazione con un intervento restrittivo di politica fiscale[46].

Nel medio periodo, invece, la politica monetaria non incide sulle variabili macroeconomiche: in questo caso, in particolare, la produzione torna al suo livello potenziale e il tasso d’interesse ritorna ad essere neutro[47].

4.1.2.2.         Politica monetaria convenzionale in economia aperta.

Quando l’economia è aperta, la politica monetaria influenza la spesa e la produzione anche grazie al tasso di cambio in quando un minor tasso d’interesse e maggiore quantità di moneta in circolazione conducono anche al deprezzamento della moneta nazionale rendendo più competitivi gli scambi internazionali[48].

Tutto ciò a meno che non si sia in un regime di cambi fissi, in cui la politica monetaria non può funzionare: mentre, infatti, in un regime di cambi flessibili le variazioni del tasso d’interesse possono portare importanti variazioni sui tassi di cambio, in un regime di tassi fissi, la speculazione può portare svalutazione[49]

4.1.2.3. Politica monetaria “non convenzionale”. 

A questo punto, può essere esaminata la politica monetaria “non convenzionale”, praticabile quando il tasso d’interesse è pari a zero ovverosia in caso di trappola della liquidità.

La politica monetaria non convenzionale utilizza i tassi d’interesse dei premi per il rischio nell’ambito di quelle che vengono definite politiche di “quantitative easing” o di “credit easing”.

Tali programmi si basano sull’acquisto, tramite creazione di moneta, di titoli finanziari allo scopo di ridurre il premio per il rischio di tale attività e di stimolare, di conseguenza, la ripresa economica[50].

In tali casi, dunque, la banca centrale agisce direttamente sulla domanda e sull’offerta dei titoli finanziari, i cui livelli determinano anche la consistenza dei premi per il rischio connesso a tali attività[51].

Nello specifico, quando la domanda di un certo strumento finanziario è bassa, il premio per il rischio connesso a tale strumento è alto; viceversa, quando la domanda di un certo strumento finanziario è bassa, il premio per il rischio aumenta.

4.1.3.         Ulteriori relazioni tra il mercato finanziario e quello della moneta.

Ancora con riferimento alle relazioni tra mercato finanziario e mercato della moneta, occorre far cenno ai programmi di offerta di liquidità e alla regolamentazione macroprudenziale[52].

Attraverso i programmi di offerta di liquidità, la banca centrale svolge il ruolo di prestatore di ultima istanza a beneficio delle singole banche alle quali, in caso di difficoltà, viene offerta la liquidità necessaria per rimborsare i singoli depositanti.

I programmi di offerta di liquidità hanno una funzione specifica, vale a dire scongiurare la corsa agli sportelli.

Circa la regolamentazione macroprudenziale, invece, la medesima rientra nel novero di strumenti rivolti direttamente a chi prende in prestito denaro o a chi presta denaro[53].

4.2.     Politica fiscale.

Attraverso la politica fiscale, i policy makers possono controllare le principali variabili macroeconomiche quali l’inflazione e i livelli della domanda e dell’offerta aggregate in funzione anticiclica[54].

La politica fiscale, in particolare, dovrebbe produrre disavanzi pubblici in tempi di recessione e avanzi in periodi di espansione[55].

Le scelte di politica fiscale, tuttavia, comportano rilevanti effetti sia sul breve che sul lungo periodo, ragione per la quale, per poter correttamente valutare l’impatto delle scelte di aumento, ovvero di diminuzione, della spesa pubblica e della tassazione occorre tener presenti ambedue gli orizzonti temporali.

Occorre anzitutto premettere che la politica fiscale si dice “espansiva” quando comporta l’aumento della spesa pubblica e la riduzione della tassazione (interventi che possono essere attuati singolarmente o cumulativamente); viceversa, la politica fiscale si dice “restrittiva” quando comporta la riduzione della spesa pubblica e l’aumento della tassazione.

L’aumento della spesa pubblica o la riduzione delle imposte provocano un aumento del disavanzo del bilancio dello Stato, ovverosia un’eccedenza della spesa pubblica sulle entrate fiscali (c.d. disavanzo primario).

Viceversa, si ha un avanzo primario di bilancio quando le entrate fiscali superano le uscite[56].

In generale, considerando il breve e il medio periodo, una politica fiscale espansiva porta ad un aumento della produzione; viceversa, una politica fiscale restrittiva comporta una diminuzione del reddito e dei consumi nonché della produzione[57].

In tal caso, a meno che non vi sia una situazione di trappola della liquidità, gli effetti negativi descritti possono essere parzialmente temperati attraverso la riduzione del tasso di interesse da parte della banca centrale[58].

Considerato anche il ruolo delle aspettative, nel breve periodo, gli effetti della politica fiscale potrebbero portare ad un aumento della produzione anche grazie alle attese degli individui su un maggior reddito/produzione disponibili nel futuro[59].

Nel lungo periodo un ruolo fondamentale è giocato dal risparmio, sia pubblico che privato, dal momento che l’accumulazione di capitale porta ad un aumento dello stock di capitale e della produzione[60].

Quando il mercato dei beni e i mercati finanziari sono aperti, gli effetti della politica fiscale dipendono dal regime del tasso di cambio, se fisso o variabile, poiché la politica fiscale ha un effetto maggiore sulla produzione in un sistema di cambi fissi e un effetto minore su un sistema di cambi flessibili[61]

4.2.1.     Pareggio e disavanzi di bilancio.

Per comprendere meglio le scelte dei responsabili della politica fiscale e le conseguenze di tali interventi, occorre analizzare il vincolo di bilancio del governo, vale a dire la relazione tra disavanzi di bilancio e debito pubblico.

Il disavanzo di bilancio, può essere misurato come la somma di spesa pubblica per beni e servizi e interessi sul debito pubblico, decurtata delle imposte al netto dei trasferimenti[62].

Quando il governo incorre in un disavanzo, il debito pubblico deve aumentare, ciò affinché il governo stesso possa finanziare l’eccedenza delle spese sulle entrate: il vincolo di bilancio, tuttavia, impone che tale indebitamento non possa essere eccedere il finanziamento ottenuto per l’indebitamento medesimo[63].

Rispetto al debito pubblico, dunque, l’atteggiamento dei responsabili della politica economica può essere di stabilizzazione ovvero di rimborso: in caso di stabilizzazione, il governo manterrà costante l’ammontare del debito esistente, ma dovrà produrre avanzi primari al fine di ripagare gli interessi sul debito; ciò sarà possibile attraverso un generalizzato aumento delle imposte in quanto l’avanzo primario deve essere almeno pari al disavanzo[64].

In caso di rimborso del debito, invece, il governo procederà ad attuare una serie di misure che incideranno sulla spesa pubblica, oppure sulle imposte, funzionali a restituire ai creditori il finanziamento ottenuto[65].

Per i Paesi dell’Eurozona vige anche il principio del rapporto tra deficit e Pil non superiore al 3%[66].

Le risorse alle quali il governo accede per ripagare il debito pubblico crescono al crescere della produzione.

Considerato, inoltre, che il rapporto debito/PIL è maggiore in relazione al rapporto tra tasso di crescita e tasso d’interesse, l’aumento del rapporto debito/PIL sarà maggiore quando il tasso d’interesse reale è maggiore e quello di crescita è minore[67].

4.2.2.         La spirale del debito e le possibili azioni del governo.

La condotta della politica fiscale si fa estremamente problematica di fronte al circolo vizioso detto della “spirale del debito”: tale situazione si verifica quando, a fronte di un elevato tasso di debito pubblico, gli investitori cominciano a preoccuparsi della solvibilità del governo e, dunque, a richiedere tassi d’interesse più elevati sulla restituzione[68].

L’innalzamento dei tassi d’interesse dovuto al timore del default potrebbe spingere il governo a prendere specifiche misure per produrre avanzi primari.

Tale evenienza, a sua volta, rischierebbe di rendere i responsabili della politica economica ancora più impopolari agli occhi dei creditori, con rilevanti effetti sulla produzione dal momento che le misure potrebbero produrre una riduzione del tasso di crescita e, quindi, una recessione, a causa della mancata capacità di produrre un avanzo primario[69].

Aumenti dei tassi d’interesse e aumenti del debito si alimentano gli uni con gli altri, dando così vita ad una spirale del debito e al rischio che il governo perda il controllo delle finanze pubbliche.

Se il governo non riuscisse a stabilizzare il debito a causa dell’innescarsi di una spirale del debito, i decisori di politica economica potrebbero scegliere di monetizzare il disavanzo oppure di ricorrere ad una ristrutturazione del debito[70].

Quando il debito viene monetizzato, il governo emette nuova moneta e non si finanzia con l’emissione di titoli di Stato: l’emissione di nuova moneta, in tal caso, corrisponde all’emissione di titoli che vengono forzatamente acquistati dalla Banca centrale in cambio di moneta e, tale processo, il quale prende il nome di “signoraggio”[71].

La ristrutturazione del debito presuppone, invece, una rinegoziazione con i creditori.

Come extrema ratio, lo Stato potrebbe scegliere il ripudio del debito.

La ristrutturazione del debito è una ricalendarizzazione negoziata delle scadenze per il pagamento del debito e della spesa per interessi.

Il ripudio del debito, invece, viene imposto unilateralmente dal governo.

Le conseguenze del ripudio del debito sono molto significative, soprattutto per i detentori del debito, quali i fondi pensione e le banche, le quali potrebbero risentirne fino al punto di fallire[72].

4.2.3.           Politica fiscale in economia aperta.

Passando ad esaminare la politica fiscale in economia aperta, occorre affermare che, in un regime di cambi flessibili, se il governo decide di aumentare la spesa pubblica e di stabilizzare il debito, mantenendo altresì inalterato il tasso di interesse, anche la produzione aumenterà.

Le altre componenti della domanda aggregata cresceranno di conseguenza: in particolare consumo, spesa pubblica e investimento.

Le esportazioni nette, invece, diminuiranno, e la bilancia commerciale si deteriorerà: il tal caso il tasso di cambio si apprezza)[73].

Quando viene modificato, in aumento, anche il tasso d’interesse, il tasso di cambio si apprezzerà, con relativo deterioramento della bilancia commerciale poiché, a fronte dell’aumento del consumo          e della spesa pubblica, la spesa per l’investimento e la produzione si ridurranno come conseguenza dell’aumento del tasso d’interesse.

Del pari diminuiranno anche le esportazioni non solo perché aumenterà la produzione, ma anche in conseguenza dell’apprezzamento del tasso di cambio[74].

In regime di cambi fissi, dato che il tasso d’interesse non può essere modificato, gli effetti della politica fiscale saranno analoghi a quelli che si verificano in regime di cambi flessibili quando il tasso d’interesse non viene mutato: la produzione aumenterà e il tasso di cambio rimarrà inalterato; le altre componenti della spesa aggregata cresceranno di conseguenza: in particolare consumo, spesa pubblica, investimento; le esportazioni nette, invece, diminuiranno, e la bilancia commerciale si deteriorerà[75]

5.       Misure di politica monetaria e misure di politica fiscale.

Riassumendo quanto sinora emerso dall’analisi generale delle politiche monetarie e delle politiche fiscali, possono evidenziarsi, in particolare, ai fini che nella presente sede interessano, gli aspetti di seguito riportati.

5.1.      Politiche monetarie.

Come esaminato, le politiche monetarie espansive, attraverso la riduzione del tasso d’interesse, portano ad un aumento della produzione e dell’investimento, nonché del reddito disponibile e del consumo.

In aggiunta, la banca centrale, tramite i modelli di inflation targeting, riesce a garantire il controllo dell’inflazione passando dal controllo della moneta.

In definitiva, attraverso le politiche monetarie, è possibile assicurare[76]:

 

  • la stabilità dei prezzi:

come anticipato, infatti, la stabilizzazione dei prezzi serve a ridurre i costi di una inflazione  troppo alta[77];

  • la stabilità del tasso di cambio:

il controllo del tasso di cambio, è necessario per verificare l’impatto di cambi flessibili sull’inflazione;

 

  • la stabilità dell’output:

in particolare, attraverso l’aumento degli investimenti e delle esportazioni attraverso il moltiplicatore e il deprezzamento del cambio se l’economia è aperta;

 

  • la stabilità finanziaria:

fissando norme e creando infrastrutture che regolamentino il comportamento degli intermediari finanziari al fine garantire il buon funzionamento del sistema finanziario.

5.2.      Politiche fiscali.

In generale, considerando il breve e il medio periodo, una politica fiscale espansiva porta ad un aumento della produzione; nel lungo periodo, invece, un ruolo fondamentale è giocato, oltre che dal livello di tecnologia e dalla qualità delle istituzioni, anche dal risparmio, in quanto l’accumulazione di capitale porta ad un aumento dello stock di capitale e della produzione[78].

A seconda che il debito pubblico sia moderato o rilevante, gli approcci di politica fiscale saranno diversi.

Gli approcci divergeranno, inoltre, a seconda che l’intervento guardi al breve oppure al lungo periodo.

 

Tra le molteplici misure di politica fiscale che i governi possono intraprendere per evitare agire in via preventiva e per evitare di incappare nelle scelte estreme di ripudio del debito si annoverano, principalmente[79]:

  • l’introduzione di regole vincolanti per le decisioni di politica

Le regole di bilancio mirano ad assicurare in modo credibile e duraturo la gestione delle finanze pubbliche, consentendo alla politica di bilancio di svolgere il suo ruolo di stabilizzazione anticiclica[80].

Si possono individuare regole che sottendono diversi approcci:

  • divieto di approvazione del bilancio in disequilibrio;
  • obbligo di pareggio del bilancio corrente;
  • definizione di livelli attesi di deficit o di avanzo primario.

 

Queste regole limitano la discrezionalità nell’utilizzo della politica fiscale ma creano anche la certezza che i policy makers, nel futuro, potranno affrontare shock inattesi grazie al fatto che le finanze pubbliche fino ad allora saranno state in equilibrio.

Le regole possono, tuttavia, generare problemi quali errori di misurazione; limitazione dell’aggiustamento congiunturale; limitazione del livellamento dei consumi nel tempo; eccesso di investimenti pubblici[81].

 

  • l’accrescimento della qualità delle istituzioni finanziarie e indipendenza delle stesse:

la sostenibilità fiscale risente sia delle condizioni politiche e sociali che della qualità delle istituzioni.

Frequentemente, infatti, i conflitti tra gruppi sociali sulla ripartizione del costo dell’aggiustamento fiscale generano una politica non sostenibile e, la frammentazione sociale e politica, indebolisce la solidarietà e mina la disciplina di bilancio, perché ciascun gruppo si focalizza sul proprio interesse.

Non a caso, la qualità delle istituzioni e delle procedure di bilancio spiega una parte importante delle differenze nelle performances tra Paesi in materia di politica economica[82].

6.       Conclusioni.

Volendo sintetizzare quanto sinora riportato, può affermarsi che il principio dell’equità intergenerazionale, declinato nell’accezione di “equilibrio finanziario intergenerazionale”, permetterebbe di accogliere positivamente decisioni di spesa pubblica che, pur determinando la traslazione dei debiti delle generazioni pregresse a quelle future, vi correlerebbero altresì effettive utilità per il sacrificio sopportato nonché l’effettiva responsabilità degli amministratori.

In definitiva, dunque, l’equità intergenerazionale si realizza quando la riduzione del debito e il miglioramento della società riescono a coesistere.

Affinché ciò accada è necessario ripensare il concetto di sostenibilità, innestandolo su quello di investimento a lungo termine e non sulla sola ricerca di rimedi alternativi all’indebitamento per finanziare la spesa pubblica.

Il concetto di sostenibilità delle finanze, in particolare, è attualmente inteso principalmente quale sinonimo di solvibilità e, in particolare, quale sinonimo di solvibilità dello Stato.

Concepita in tale accezione, la sostenibilità delle finanze pubbliche è da intendere, principalmente, quale garanzia dell’esistenza di risorse sufficienti a far fronte alle scadenze concordate con i creditori.

La sostenibilità, dunque, finisce per evidenziare la situazione delle finanze statali in un determinato momento e può altresì essere intesa come necessità di prevedere un’eventuale insolvenza futura dello Stato: detto altrimenti, alla stregua della definizione prevalentemente in uso, l’insostenibilità delle finanze si verifica se, sulla base delle previsioni disponibili, sia pronosticabile che l’andamento del debito porterà a una situazione di futura insolvenza[83].

Come appare evidente da quanto sinora asserito, così intesa, la tutela delle finanze e della spesa pubblica appare inconciliabile con il principio di equità intergenerazionale: il concetto stesso di sostenibilità del debito pubblico va, dunque, rimeditato nel solco del menzionato principio, il quale assurge a vero e proprio canone guida del decisore pubblico.

È stato già parzialmente anticipato che, tuttavia, rimeditare il significato di sostenibilità del debito, non equivale a ricercare rimedi ulteriori, alternativi all’indebitamento, per finanziare la spesa pubblica.

In particolare, è noto che la spesa pubblica possa essere finanziata attraverso la tassazione, attraverso l’indebitamento nonché attraverso l’inflazione[84].

Rispetto al disavanzo di bilancio e tralasciando l’inflazione, avendo in mente la tutela delle generazioni future, la tassazione apparirebbe un’alternativa paradossalmente preferibile, perché maggiormente in sintonia con il principio di responsabilità dei decisori di politica economica e con la corrispondenza tra i beneficiari della tassazione e coloro che ne sopportano i costi[85].

Tuttavia, una tassazione elevata, scoraggia la crescita e questo va indubbiamente a detrimento delle generazioni presente e futura[86].

Lasciando in disparte, dunque, la ricerca di fonti di spesa alternative, per ripensare il concetto di sostenibilità finanziaria al fine di agganciarlo a quello di investimento a lungo termine e, soprattutto, a quello dell’equità intergenerazionale, occorre anzitutto sperimentare le anzidette politiche fiscali e monetarie le quali, come anticipato, sebbene vincolate e ferma restando la discrezionalità politica del legislatore eventualmente scrutinabile, sotto i profili della ragionevolezza e della proporzionalità, dal giudice costituzionale, anche su rinvio del giudice contabile, garantirebbero la responsabilità dei decisori pubblici e sarebbero in ogni caso funzionali a stimolare la crescita economica.

Nonostante ciò, una recente analisi quali-quantitativa della politica di bilancio, quest’ultima esaminata applicandovi la teoria dell’equilibrio punteggiato, mostra che le scelte fiscali vengono quasi sempre prese in maniera incrementale, salve puntuazioni importanti determinate da precise strategie di policy adottate su volere degli attori pivotali[87].

Anzitutto, una prima puntuazione, è che i governi appaiono più responsabilizzati che in passato alla tematica della spesa razionale: ciò ha implicato il contenimento delle dinamiche microdistributive e gli hazards da sempre caratterizzanti il processo di bilancio nonché l’estensione dell’arena di policy attraverso la mobilitazione di gruppi d’interesse e dei media[88].

È tuttavia necessario un passo in più: permane, infatti, quale fattore di instabilità, la frammentazione del contesto burocratico entro il quale si inserisce la manovra di bilancio[89].

In definitiva, a parere della dottrina, anche porre rimedio a tale situazione di frammentarietà permetterebbe di raggiungere la sostenibilità delle finanze, in particolare ove vi si coniughi anche il perseguimento di macro-obiettivi nel tentativo di rendere la politica fiscale un vero e proprio strumento di governo del policy making[90].

Discorso non dissimile può essere condotto anche per le politiche monetarie, dal momento che anche tali policies hanno sperimentato importanti processi innovativi provenienti dall’esterno e prevalentemente consistenti nell’integrazione e nell’armonizzazione finanziaria all’interno della cornice dell’unione bancaria europea[91].

 

 NOTE:

[1] In seguito all’entrata in vigore della legge costituzionale 11 febbraio 2022, n. 1, attualmente, l’articolo 9 della Costituzione italiana stabilisce, al comma 3, che la Repubblica: «Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali». Affermatosi, anzitutto, nel contesto ambientale (in particolare, con la convenzione di Aarhus, firmata il 25 giugno 1998 ed entrata in vigore il 30 ottobre 2001, e con l’Accordo di Parigi sul clima, raggiunto il 12 dicembre 2015, riguardante il periodo a decorrere dal 2020), l’applicazione del principio dell’equità intergenerazionale è stata successivamente estesa anche alle politiche pubbliche in materia finanziaria e di beni culturali. Per la materia ambientale, il principio trova espressa codificazione all’articolo 3, comma 3, secondo paragrafo, del Trattato sull’Unione europea: «L'Unione combatte l'esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociali, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore», nonché all’articolo 3-quater del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, rubricato “Principio dello sviluppo sostenibile», il quale dispone che «Ogni attività umana giuridicamente rilevante ai sensi del presente codice deve conformarsi al principio dello sviluppo sostenibile, al fine di garantire che il soddisfacimento dei bisogni delle generazioni attuali non possa compromettere la qualità della vita e le possibilità delle generazioni future». Il principio si lascia apprezzare, in particolare, per la propria base di partenza: ovverosia il postulato per il quale determinate risorse, dapprima considerate inesauribili, devono essere preservate poiché soggette, viceversa, a deterioramento e scarsità (DE CARIA R., Il principio della solidarietà tra generazioni tra mutualizzazione dei debiti e divieto di finanziamento monetario, in Rivista AIC, n. 3/2021; ALBERTI A. A., I vincoli finanziari tra fatti e norme, in Osservatorio sulle fonti, Speciale - Modello costituzionale e trasformazione del sistema delle fonti nelle crisi economica e pandemica. Emergenza e persistenza (2/2022), Atti del Convegno annuale dall’Associazione ‘Gruppo di Pisa’ svoltosi a Firenze il 17 e 18 giugno 2022).

[2]  Se il principio dell’equità intergenerazionale è posto, principalmente, a tutela della società futura, la tutela della generazione presente è assicurata dal canone dell’equità intragenerazionale, alla stregua del quale i bisogni fondamentali della collettività devono essere soddisfatti per tutti gli strati della popolazione, senza distinzioni fra classi sociali, fra paesi industrializzati e fra paesi poveri. Entrambi i concetti, quello di equità intergenerazionale e quello di equità intragenerazionale, rientrano nel novero degli strumenti che assicurano lo sviluppo sostenibile, ovverosia la crescita economica, ambientale, sociale e tecnologica che consenta il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri (voce ‘Sviluppo sostenibile’ in «Lessico del XXI Secolo», Treccani, 2013).

[3] Il bilancio dello Stato è un atto con forma di legge con il quale il Parlamento assume la principale decisione sulla finanza pubblica nazionale, autorizzando il Governo all’acquisizione delle entrate e all’erogazione delle spese, nonché ad effettuare quanto necessario per coprire eventuali disavanzi. Il bilancio è, in definitiva, uno strumento funzionale a vincolare l’attività delle amministrazioni pubbliche al perseguimento degli obiettivi individuati dal Parlamento quale organo detentore della sovranità popolare, nonché strumento funzionale ad assicurare che i fondi pubblici vengano erogati nel rispetto di vincoli quantitativi fissati dalle Camere e solo per le attività e gli scopi individuati dalla legislazione vigente. Il primo comma dell’articolo 81, introdotto nella Costituzione nel 2012, eleva, come noto, a rango costituzionale il principio dell’equilibrio tra entrate e spese dello Stato nonché quello della compensazione ciclica tra avanzi e disavanzi di bilancio: il termine ‘equilibrio’, utilizzato dal legislatore in luogo di quello di ‘pareggio’, presuppone la dinamica sostenibilità del bilancio nel medio periodo (MONORCHIO A. – MOTTURA L.G., Compendio di contabilità di Stato, Cacucci editore, 2018, pag. 150 e ss.).

[4] Sul punto, si vedano i paragrafi n. 3 e n. 6.

[5] Il fondamento del principio di equità intergenerazionale, nella Costituzione italiana, si rinviene nell’articolo 2, il quale, come noto, prescrive che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale, nonché nell’articolo 3 comma 2, il quale prescrive che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. In aggiunta, il principio di equità intergenerazionale trova fondamento anche negli articoli 81, 119 e 120 della Costituzione (ALBERTI A., I vincoli finanziari tra fatti e norme, in Osservatorio sulle fonti, Speciale - Modello costituzionale e trasformazione del sistema delle fonti nelle crisi economica e pandemica. Emergenza e persistenza (2/2022), Atti del Convegno annuale dall’Associazione «Gruppo di Pisa» svoltosi a Firenze il 17 e 18 giugno 2022).

[6] Le spese pubbliche sono le erogazioni di beni economici che lo Stato e gli enti pubblici effettuano per la produzione di beni e di servizi per la collettività. Il valore totale delle spese pubbliche sostenute dallo Stato e dagli enti pubblici prende il nome di fabbisogno finanziario. I presupposti economici che giustificano la spesa pubblica sono la generalità del bisogno che la spesa è diretta a soddisfare, la convenienza e l’opportunità di un intervento pubblico, la proporzione tra la spesa sostenuta e il servizio offerto ai cittadini L’intervento dello Stato in economia può avvenire per motivi sociali, ovverosia motivati dall’attuazione del principio di eguaglianza di cui all’articolo 3 Cost., ovvero per motivi di efficienza economica, motivati dalla necessità di fornire ausilio alle forze di mercato in determinati settori. Le spese pubbliche possono essere classificate in spese economicamente produttive e spese finanziariamente produttive. Le prime sono le spese che comportano aumenti di utilità diretti e immediati; le seconde, invece, sono le spese dalle quali derivano vantaggi indiretti. Altre distinzioni importanti in tema di spese pubbliche sono quelle tra spese produttive, ovverosia costituite da pagamenti, e spese redistributive, ovverosia inerenti il trasferimento in denaro a determinate categorie sociali, nonché quella tra spese correnti e spese in conto capitale, le prime rappresentate dalle spese per i servizi pubblici e le seconde rappresentate dalle spese d’investimento (MORLACCHI A., Manuale di Scienza delle finanze, Edizioni Giuridiche Simone, 2018, pag. 114).

[7] In particolare, la Corte costituzionale ha avuto molteplici occasioni di pronunciarsi sul tema: ex multis sent. 268/2022 - pres. Sciarra, rel. Buscema; sent. 219/2022 - pres. Sciarra, rel. Buscema; sent. 27/2022 - pres. Coraggio, rel. San Giorgio; sent. 246/2021 - pres. Coraggio, rel. Antonini; sent. 235/2021 - pres. Coraggio, rel. Buscema; sent. 80/2021 - pres. Coraggio, rel. Buscema; sent. 234/2020 - pres. Morelli, rel. Petitti; sent. 115/2020 - pres. Cartabia, rel. Carosi; sent. 4/2020 - pres. Carosi, rel. Carosi; sent. 105/2019 - pres. Lattanzi, rel. Carosi; sent. 18/2019 - pres. Lattanzi, rel. Carosi; sent. 104/2018 - pres. Lattanzi, rel. Sciarra; sent. 49/2018 - pres. Lattanzi, rel. Carosi; sent. 250/2017 - pres. Grossi, rel. Sciarra; sent. 173/2016 - pres. Grossi, rel. Morelli; sent. 107/2016 - pres. Grossi, rel. Carosi. Copiosa è anche la giurisprudenza della Corte dei Conti, sia in rede giurisdizionale che consultiva: Prima Sezione Centrale Di Appello, sentenza 157 del 04 aprile 2022; Sezione Giurisdizionale Sardegna sentenza 228 del 24 giugno 2021; Sezione Giurisdizionale Veneto, sentenza 96 del 05 ottobre 2020;

[8] La tripartizione delle funzioni dello Stato in campo economico è stata concettualizzata Richard Musgrave (The Theory of Public Finance, McGraw-Hill, New York, 1959), il quale individuò una funzione allocativa, una funzione redistributiva e una funziona di stabilizzazione quali fini ultimi dell’intervento pubblico sul mercato. Per il tramite della funzione allocativa, lo Stato produce beni e servizi e regolamenta le attività private per assicurare che queste ultime producano in misura sufficiente per la collettività. Attraverso la funzione redistributiva lo Stato riequilibra la distribuzione dei redditi. Infine, attraverso la funzione di stabilizzazione, esercitata per il tramite della spesa pubblica e della tassazione, lo Stato interviene in funzionale anticiclica per coordinare lo sviluppo economico e sociale del Paese con la situazione finanziaria nazionale (MONORCHIO A. – MOTTURA L.G., Compendio di contabilità di Stato, Cacucci editore, 2018, pag. 36 e ss.). Allocazione, redistribuzione e stabilizzazione permettono l’allocazione efficiente delle risorse, la lotta alle diseguaglianze e il contrasto all’instabilità dell’economia. L’idea di Musgrave riflette il compromesso, definito negli anni successivi al secondo dopoguerra, tra l’idea che i poteri pubblici debbano limitarsi a vigilare sul mercato del libero scambio e l’idea che i medesimi possano intervenire in quei settori in cui vi è alto rischio di esternalità, asimmetrie informative, forme non concorrenziali di mercato, imperfetta mobilità dei fattori produttivi (PAESANI P., Manuale di politica economica, Giappichelli, 2020, pag. 4 e ss.). Il sacrificio che il contribuente sopporta in considerazione dei tributi che corrisponde allo Stato si manifesta sia nella forma dell’effetto reddito che dell’effetto sostituzione. Alla stregua del primo effetto si realizza un trasferimento di parte del reddito dell’individuo allo Stato, ciò comportando una diminuzione del reddito privato e un aumento delle entrate pubbliche. Alla stregua dell’effetto sostituzione, invece, le scelte economico- individuali sono alterate per effetto della necessità di sottrarre parte del reddito individuale ai consumi, ciò comportando una perdita di benessere per il cittadino. Quando l’effetto sostituzione è maggiore dell’effetto reddito, si parla di “eccesso di pressione”, la quale dipenderà anche dall’elasticità della domanda o dell’offerta dei beni e dei fattori produttivi soggetti a tassazione (MORLACCHI A., Manuale di Scienza delle finanze, Edizioni Giuridiche Simone, 2018, pag. 114).

[9] È noto che i parametri di ragionevolezza e di proporzionalità implichino di verificare, in sede di scrutinio sulla legittimità costituzionale delle leggi che la legge non sia affetta da vizi di incongruità, inadeguatezza, inidoneità o abnormità. Pertanto, il sindacato di ragionevolezza permette di: «di fronte a una pluralità di regolamentazioni tutte compatibili con i principi costituzionali, […] verificare che il legislatore non sia incorso in quelle manifeste ragioni di irrazionalità o discriminazioni prive di fondamento giuridico, che sole potrebbero consentire di sindacare [l’]ampio potere discrezionale riservato al legislatore. In particolare, negli ambiti in cui maggiormente è avvertita la necessità di preservare un adeguato margine di libero apprezzamento da parte degli organi politici, la Corte si attiene ad un significato minimale di ragionevolezza che dà luogo ad «una valutazione di legittimità costituzionale […] fondata soltanto su una irrazionalità manifesta, irrefutabile». Il giudizio di proporzionalità, invece, si articola in quattro fasi: ”la prima fase, detta di ‘legittimità’, consiste nella verifica che il legislatore abbia agito per uno scopo legittimo, non in contrasto con i principi costituzionali; - la seconda, consiste in una valutazione del rapporto mezzi-fini, in modo da assicurare che sussista una ‘connessione razionale’ tra i mezzi predisposti dal legislatore e i fini che questi intende perseguire; - il terzo passaggio, quello della verifica della “necessità”, è volto a sincerarsi che il legislatore abbia fatto ricorso al least-restrictive means, allo strumento che permette di ottenere l’obiettivo prefissato con il minor sacrificio possibile di altri diritti o interessi costituzionalmente protetti; - la quarta fase è quella della ‘proporzionalità in senso stretto’ ed esamina gli effetti dell’atto legislativo, mettendo a raffronto e soppesando i benefici che derivano dal perseguimento dell’obiettivo cui il legislatore mira e i costi, cioè i sacrifici che esso impone ad altri diritti e interessi in gioco» (CARTABIA M., I principi di ragionevolezza e proporzionalità nella giurisprudenza costituzionale italiana, Conferenza trilaterale delle Corte costituzionali italiana, portoghese e spagnola. Roma, Palazzo della Consulta 24-26 ottobre 2013).

[10] Sent. 173/2016; sent. 104/2018. La letteratura sul sistema pensionistico in Italia ha evidenziato che il medesimo poggia su un policy mix (ovverosia l’insieme di strumenti che vengono solitamente individuati per realizzare un certo programma di policy) estremamente complesso, nella definizione del quale gioca un ruolo imprescindibile il contesto socio- economico del momento in cui vengono disegnate le policies. A margine delle molteplici riforme intervenute nel corso degli anni (dalle riforme Amato e Dini, rispettivamente, del 1993 e del 1995, sino alla riforma Conte del 2019), il sistema pensionistico italiano si presenta, ragionando in termini di policy output, fondato su due pilastri concorrenti, ovverosia il pilastro della previdenza pubblica e quello dei fondi pensione integrativi; ragionando, invece, in termini di policy outcome, il sistema si caratterizza per la sensibile riduzione delle poste di spesa rispetto a quanto avvenuto in passato. Da questo ultimo punto di vista, il sistema potrebbe dirsi maggiormente sostenibile che in passato. Permangono, tuttavia, molteplici criticità che è necessario affrontare per rendere il sistema pensionistico davvero più sostenibile e davvero più equo: anzitutto, garantire l’effettiva adeguatezza delle prestazioni sia del pilastro pubblico che di quello integrativo rispetto alle necessità della cittadinanza; secondariamente, garantire la eguale distribuzione delle coperture integrative e delle erogazioni pensionistiche a prescindere dal tipo di forma contrattuale lavorativa, dal livello di reddito e dalla continuità occupazionale. Sul primo versante, infatti, l’altalenante andamento del Pil, caratterizzato, nell’ultimo decennio, da fasi di stagnazione seguite da sporadiche fasi di crescita, ha fortemente minato il raggiungimento degli obiettivi di policy, comportando la riduzione delle prestazioni pensionistiche al ridursi del livello del Pil poiché a questo connesse; sul versante della eguale distribuzione delle prestazioni, invece, è innegabile che la diffusione di forme contrattuali flessibili e atipiche abbia profondamento minato la stabilità del mercato del lavoro rendendo i lavoratori estremamente vulnerabili ed esposti al rischio povertà in età avanzata (CAPANO G. - NATALINI A. (a cura di), Le politiche pubbliche in Italia, Il Mulino, 2020).

[11] Sent. 173/2016; sent. 104/2018; sent. 234/2020.

[12] Sent. 18/2019; sent. 107/2016.

[13] Sent. 18/2019; sent. 107/2016.

[14] Sent. 18/2019; sent. 107/2016.

[15] Sent. 18/2019; sent. 107/2016.

[16] Sent. 18/2019; sent. 107/2016.

[17] Sent. 234/2020; sent. 4/2020.

[18] La Corte dei Conti è organo dello Stato comunità, così come affermato dalla Corte Costituzionale (sentenze n. 29 del 1995 e n. 470 del 1997), la quale ha sempre sostenuto che la Corte dei Conti possa sollevare questione di legittimità costituzionale in sede di parificazione del Rendiconto generale dello Stato, in sede di giudizio di parifica sul rendiconto regionale, nonché in sede di controllo di legittimità sugli atti, avverso disposizioni di legge che determinino effetti sul bilancio non compatibili con i principi di equilibrio economico e con gli altri precetti costituzionali posti a tutela della sana e prudente gestione finanziaria (MONORCHIO A. – MOTTURA L.G., Compendio di contabilità di Stato, Cacucci editore, 2018, pag. 469 e ss.).

[19] Ex plurimis Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale Sicilia, sentenza n. 27 del 2021, in materia di divieto di valorizzazione del medesimo periodo contributivo per più volte ai fini della maturazione del diritto alla pensione e relativa all’articolo 54, comma 1, del d.P.R. n. 1092 del 1973 sulla rivalutazione del trattamento pensionistico del personale appartenente ai ruoli militari.

[20] Corte Dei Conti, Sezione Prima Giurisdizionale Centrale d’Appello, sentenza n. 157 del 2022, relativa all’articolo 1, commi 261 e 262, della legge 30 dicembre 2018, n. 145, i quali riducevano, in base ad aliquote determinate in relazione all’importo, i trattamenti pensionistici a partire da 100.000 € e superiori. Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale Toscana, sentenza n. 166 del 2020.

[21] Ancora Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale Sicilia, sentenza n. 27 del 2021; Corte dei Conti, Sezione Controllo Regione Sicilia, deliberazione n. 103 del 2020; Corte dei Conti, Sezione regionale di controllo per l’Abruzzo, deliberazione n. 75 del 2017.

[22] Corte dei Conti, Sezione Controllo Regione Abruzzo, deliberazione n. 65 del 2017; Corte dei Conti, Sezione Controllo Regione Piemonte, deliberazione n. 169 del 2012.

[23] Una crescita sostenuta richiede il progresso tecnologico, le cui determinanti principali sono la ricerca e l’innovazione. Aumentando la spesa in ricerca e sviluppo, un’impresa può aumentare le probabilità di scoprire e sviluppare nuovi prodotti. La ricerca e lo sviluppo, quindi, devono essere un processo fertile e devono essere garantiti attraverso un sistema di protezione e di appropriabilità dei risultati della ricerca, attraverso norme che proteggono i brevetti. Il livello di progresso tecnologico raggiunto da un Paese permette di distinguere tra Paesi vicini e Paesi lontani dalla frontiera tecnologica. Il progresso tecnologico, in particolare, può svilupparsi in diversi modi: 1) può generare una maggiore produzione a parità di capitale e di lavoro; 2) può consentire la realizzazione di prodotti migliori; 3) può portare alla realizzazione di nuovi prodotti; 4) può ampliare la gamma di prodotti che l’impresa può realizzare. Sia dal lato del consumatore che dal lato della produzione, potremmo considerare il progresso come un fattore che aumenta i servizi e la produzione a parità degli altri fattori produttivi impiegati. A parità di lavoro e capitale, un miglioramento dello stato della tecnologia porta ad un incremento della produzione. Il progresso tecnologico, infatti, riduce il numero di lavoratori necessari per ottenere una data quantità di prodotto e aumenta il prodotto ottenibile con un dato numero di lavoratori (BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. II, Il Mulino, 2021, pag. 19 e ss.).

[24] L’emissione di denaro da parte degli Stati comporta l’aumento della massa monetaria in circolazione, la quale genera inflazione, la quale, a sua volta, causa la diminuzione del potere d’acquisto della moneta. È questa la ragione per la quale, ai sensi dell’articolo 123 del TFUE, la Banca Centrale Europea, non può fungere da acquirente di ultima istanza dei titoli del debito pubblico dei Paesi membri. DE CARIA R., Il principio della solidarietà tra generazioni tra mutualizzazione dei debiti e divieto di finanziamento monetario, in Rivista AIC, n. 3/2021.

[25] Ancora a proposito della crescita, il progresso tecnologico è, come anticipato, fondamentalmente un processo di cambiamento strutturale con profonde implicazioni sul mercato del lavoro. Joseph Schumpeter ha coniato, i merito, l’espressione “distruzione creatrice” per indicare come nuove tecniche di produzione implementate grazie alle nuove tecnologie richiedano nuove abilità che rendono altre abilità obsolete. Tale processo può essere descritto come un processo di rimescolamento – churning – e porta con sé la tensione tra benefici a favore dei consumatori e rischi affrontati dai lavoratori, nonché tra guadagni portati dal cambiamento tecnologico e costi subiti dai lavoratori che perdono il posto di lavoro. Per coloro che hanno un’occupazione nel settore in crescita o per coloro che possiedono le giuste abilità, il progresso tecnologico offre nuove possibilità e salari maggiori. Per coloro che, invece, sono occupati in settori entrati in crisi oppure che possiedono abilità non più richieste dal mercato, il progresso tecnologico significa probabile perdita del posto di lavoro, dunque un periodo di disoccupazione e salari più bassi. Conseguentemente, si verifica un costante aumento della domanda di lavoratori qualificati rispetto alla domanda di lavoratori poco qualificati nonché le relative ripercussioni in fatto di salario. Ciò accade in quanto il progresso tecnologico è orientato al lavoro qualificato. Nuovi macchinari e nuovi metodi di produzione, infatti, richiedono un numero sempre maggiore di lavoratori qualificati. I nuovi macchinari (computer e delle macchine a controllo numerico) richiedono che i lavoratori abbiano sempre maggiori competenze informatiche; nuovi metodi di produzione, invece, richiedono che i lavoratori siano più flessibili e maggiormente in grado di adattarsi a nuove mansioni; maggiore flessibilità richiede maggiori competenze e un grado di istruzione più elevato. In tale scenario, la disoccupazione tecnologica e le diseguaglianze reddituali che dallo sviluppo tecnologico discendono sono preoccupazioni macroeconomiche di non poco conto (BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. II, Il Mulino, 2021, pag. 77 e ss.).

[26] La disoccupazione è data dal numero di persone che non hanno un lavoro ma lo cercano, mentre le persone che non sono alla ricerca di un lavoro sono fuori dalla forza lavoro e non rientrano tra i disoccupati. Le relazioni tra la disoccupazione, la produzione e l’inflazione sono state disegnate dalla legge di Okun e dalla curva di Phillips. La legge di Okun postula una relazione negativa tra la disoccupazione e la produzione. Essa ha descritto, infatti, l’aumento della produzione come associato ad una riduzione del tasso di disoccupazione e, viceversa. Tra le due variabili sussiste, quindi, una regressione. Ciò implica che, per mantenere la disoccupazione costante serve un determinato tasso di crescita della produzione. Non a caso, dato che la popolazione aumenta e, conseguentemente, è necessario aumentare nel tempo l’occupazione, per farlo non si può prescindere dal tenere di tasso di produzione superiore al tasso di occupazione. Come parzialmente anticipato, La relazione tra disoccupazione e inflazione è stata tracciata dalla curva di Phillips, la quale postula l’aumento dell’inflazione in seguito a riduzioni della disoccupazione e viceversa. Successivamente, la curva di Phillips è stata rimodulata per mettere in correlazione la variazione del tasso d’inflazione e il tasso di disoccupazione. La relazione va concepita come media dell’andamento dei tassi di inflazione e di disoccupazione. La curva di Phillips è molto utile ai responsabili della politica economica, dal momento che consente di calcolare il tasso di disoccupazione associato ad un determinato tasso d’inflazione. Per i responsabili della politica economica, infatti, un’economia che funziona bene è un’economia con un livello di produzione elevato e con tassi d’inflazione e di disoccupazione bassi. Le manovre di politica economica, dunque, andranno nel senso di trovare il giusto contemperamento tra le tre variabili BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. I, Il Mulino, 2021, pag. 60 e ss.).

[27]Tra le determinanti di lungo periodo alle quali ricondurre la crescita si annoverano l’aumento dell’istruzione media della popolazione e l’aumento della qualità del sistema di istruzione, le quali sono condizioni necessarie per poter potenziare la partecipazione della società al mercato del lavoro nonché la ripresa della crescita e della produttività. Possedere un elevato livello di istruzione riduce il rischio di disoccupazione e costituisce altresì uno strumento per ridurre i rischi insiti in percorsi di carriera frammentari connessi al ricorso a rapporti di lavoro a tempo determinato. All’aumentare della qualificazione professionale cresce, infatti, l’incentivo per l’impresa a investire in rapporti stabili e duraturi e cresce la possibilità per il lavoratore di ritrovare pronta ricollocazione in caso di necessità. Un insufficiente livello di istruzione, viceversa, può ripercuotersi sull’andamento della produttività a causa della conseguente scarsa capacità di realizzare le opportunità legate al rapido progresso tecnico. Come visto, l’organizzazione della produzione, infatti, trae beneficio dalle tecnologie dell’informazione, sulle quali incide, a sua volta, in misura essenziale, l’innalzamento della qualità dell’offerta formativa. Fondamentale per la crescita è, dunque, la diffusione di capacità manageriali che sappiano ridisegnare i processi produttivi, sfruttare le tecnologie e riallocare le risorse. Una efficace politica dell’istruzione deve dunque essere in grado conciliare l’innalzamento del tasso di istruzione della popolazione con la formazione di lavoratori in grado di padroneggiare anche la complessità delle tecnologie (così DRAGHI M., Istruzione e crescita economica, Lectio Magistralis del 9 novembre 2006, Università degli Studi di Roma La Sapienza).

[28] DE CARIA R., Il principio della solidarietà tra generazioni tra mutualizzazione dei debiti e divieto di finanziamento monetario, in Rivista AIC, n. 3/2021; ALBERTI A., I vincoli finanziari tra fatti e norme, in Osservatorio sulle fonti, Speciale - Modello costituzionale e trasformazione del sistema delle fonti nelle crisi economica e pandemica. Emergenza e persistenza (2/2022), Atti del Convegno annuale dall’Associazione ‘Gruppo di Pisa’ svoltosi a Firenze il 17 e 18 giugno 2022.

[29] ALBERTI A., I vincoli finanziari tra fatti e norme, in Osservatorio sulle fonti, Speciale - Modello costituzionale e trasformazione del sistema delle fonti nelle crisi economica e pandemica. Emergenza e persistenza (2/2022), Atti del Convegno annuale dall’Associazione ‘Gruppo di Pisa’ svoltosi a Firenze il 17 e 18 giugno 2022.

[30] Si veda paragrafo n. 2.

[31] DE CARIA R., Il principio della solidarietà tra generazioni tra mutualizzazione dei debiti e divieto di finanziamento monetario, in Rivista AIC, n. 3/2021.

[32] DE CARIA R., Il principio della solidarietà tra generazioni tra mutualizzazione dei debiti e divieto di finanziamento monetario, in Rivista AIC, n. 3/2021. Si veda, altresì, il paragrafo n. 2.

[33] Per una compiuta disamina delle teorie sulla moneta si veda CAFFÈ F., Moneta, Enciclopedia del Novecento, 1979. L’equilibrio nei mercati finanziari richiede che la domanda sia uguale all’offerta di moneta. La domanda di moneta che gli individui vorranno detenere dipende dal livello delle transazioni che gli individui stessi vorranno effettuare e dall’ammontare del tasso d’interesse pagato dai titoli. La quantità di transazioni dipenderà dall’ammontare del reddito disponibile e aumenterà proporzionalmente all’aumentare del reddito. In senso inverso, la quantità di transazioni effettuabili diminuirà all’aumentare del tasso d’interesse. Un incremento del reddito nominale provoca un incremento del tasso di interesse. Un aumento dell’offerta di moneta provoca una riduzione del tasso d’interesse. (BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. I, Il Mulino, 2021, pag. 109 e ss.).

[34] È risaputo che l’inflazione rappresenti un aumento sostenuto e generalizzato del livello dei prezzi. Si distingue dalla deflazione la quale rappresenta, invece, una riduzione del livello del prezzi e corrisponde ad un tasso di inflazione negativo. Il tasso d’inflazione rappresenta, invece, il tasso di aumento del livello dei prezzi. L’inflazione crea una serie di distorsioni: 1) dal momento che le pensioni e i salari potrebbero non essere indicizzati per l’inflazione, i consumatori potrebbero perdere potere d’acquisto; 2) per effetto della variazione dei prezzi, quando gli scaglioni d’imposta non sono indicizzati, i consumatori passano da una fascia contributiva ad un’altra a parità di reddito reale; 3) le decisioni di consumo e di investimento sono rese difficili dalla mancanza di possibilità di avere informazioni certe e stabili sull’andamento dei prezzi. Dal momento che l’economia non beneficerebbe di eventuali tassi d’inflazione negativi, e quindi della deflazione, la quale causa gli stessi problemi di un’elevata inflazione, i policy makers si preoccupano molto dell’inflazione e puntano a mantenere i Paesi ad un tasso ottimale di inflazione, fissato tra l’1% e il 4% (BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. I, Il Mulino, 2021, pag. 65 e ss.).

[35] Nella contabilità nazionale la misura della produzione aggregata è altresì chiamata prodotto interno lordo o Pil. La produzione potenziale corrisponde al livello naturale di produzione, ovverosia al livello di produzione che prevale quando l’occupazione è uguale al suo livello naturale, quest’ultimo associato al tasso di disoccupazione naturale, ovverosia al livello in cui le decisioni di prezzo e di salario sono coerenti tra loro. Il Pil è il valore dei beni e dei servizi finali prodotti da un’economia in un dato momento. Dal calcolo del Pil sono esclusi i beni e i servizi intermedi, i quali servono, in particolare, alla produzione di altri beni. Il Pil, dunque, si ricava innanzitutto registrando e sommando la produzione di beni finali nell’economia. Secondo un’altra definizione, il Pil misura il valore aggiunto di un’economia, ovverosia il valore della produzione al netto del valore dei beni intermedi. Ciò vuol dire che il Pil equivale anche all’incremento di valore del bene ad ogni passaggio della catena produttiva. (BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. I, Il Mulino, 2021, pag. 52 e ss.).

[36] Come noto, il tasso d’interesse può essere considerato al netto dell’inflazione e, in tal caso, si dirà tasso d’interesse reale, oppure, in caso contrario, si dirà nominale. Occorre altresì distinguere tra tasso d’interesse a breve e a lungo termine. In particolare, il tasso d’interesse a lungo termine è influenzato dalle aspettative sui tassi d’interesse a breve termine attesi e sul premio alla scadenza (BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. I, Il Mulino, 2021, pag. 166 e ss.).

[37] Le aspettative, che J.M. Keynes definiva “animal spirits”, sono un’applicazione pratica della teoria dei giochi: l’interazione tra i giocatori di politica economica muove la dinamica degli interventi monetari e fiscali (BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. I, Il Mulino, 2021, pag. 199 e ss.).

[38] BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. II, Il Mulino, 2021, pag. 402 e ss.

[39] L’andamento di un’economia viene valutato verificando il tasso di crescita del Pil reale. Si ha espansione quando il tasso di crescita del Pil reale aumenta; si ha recessione quando il tasso di crescita del Pil reale diminuisce. Più importante del Pil reale nella definizione del tenore di vita di un Paese è il Pil reale o pro-capite, ovverosia il Pil diviso il numero di abitanti del Paese, il quale misura il tenore di vita medio di quel Paese (BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. I, Il Mulino, 2021, pag. 84 e ss.).

[40] C.d. ‘regola di Taylor’: elaborata nel 1993, tale regola indica come la banca centrale debba far variare il tasso di interesse nominale in risposta a shock che provochino lo scostamento del PIL reale e del tasso di inflazione dai loro valori obiettivo.

[41] Una delle questioni principali in materia di inflazione è come misurare il livello dei prezzi per verificare il tasso d’inflazione. In particolare, il livello dei prezzi e, dunque, il tasso di inflazione, può essere calcolato attraverso due diversi indicatori: il deflatore del PIL e gli indici dei prezzi al consumo. Il deflatore del Pil è il rapporto tra il Pil reale e il Pil nominale, preso in un determinato anno; gli IPC considerano i panieri di beni tipicamente acquistati dalle famiglie nonché il prezzo medio e le variazioni di tali prezzi. La banca centrale deve stabilizzare i prezzi per varie ragioni: anzitutto, in quanto la stessa è garante del valore interno e del valore esterno della moneta che emette. (BÉNASSY-QUÉRÉ A.- COEURÉ B.-JACQUET P-PISANI-FERRY J., Politica economica. Teoria e pratica, Il Mulino, 2019).

[42] Tra i benefici dell’inflazione si registrano il signoraggio (sul quale si tornerà infra), l’aggiustamento a ribasso dei salari reali e la riduzione delle probabilità di raggiungere lo zero lower bound (BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. I, Il Mulino, 2021, pag. 65 e ss.).

[43] BLANCHARD, GIAVAZZI, AMIGHINI, Scoprire la macroeconomia, vol. II, Il Mulino, 2021, pag. 419 e ss..

[44] La banca centrale varia l’offerta di moneta acquistando o vendendo titoli sul mercato finanziario. Se desidera aumentare l’offerta di moneta, allora la banca centrale comprerà titoli da famiglie e imprese e li pagherà emettendo nuova  moneta. Quando vuole diminuire l’offerta di moneta, invece, venderà titoli eliminando dal mercato la moneta che riceve in pagamento, la quale confluirà nella cassaforte della banca centrale (BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. I, Il Mulino, 2021, pag. 109 e ss.).

[45] La composizione del Pil usualmente utilizzata dai macroeconomisti è data da: consumo, che rappresenta la componente più importante del Pil e che è dato dai beni e dai servizi acquistati dai consumatori; investimento, che include sia l’investimento residenziale che quello non residenziale e che è chiamato investimento fisso per distinguerlo dalle scorte di magazzino, ovverosia la differenza tra la produzione e la vendita in un determinato anno. L’investimento finanziario è, invece, quello in titoli e valori; c) la spesa pubblica, ovverosia i beni e i servizi acquistati dallo stato e dagli enti pubblici, e che include sia la spesa per consumi che la spesa per investimenti pubblici. Circa il consumo, il primo dei fattori che lo determina è il reddito disponibile, ovverosia ciò che rimane del reddito dopo aver ricevuto i trasferimenti e pagato le imposte. Quando il reddito aumenta e diminuisce le persone, rispettivamente, consumano di più e di meno. Il consumo è, dunque, una funzione del reddito disponibile. La funzione del consumo non postula che il consumo sia interamente pari al reddito disponibile, dal momento che essa considera anche il risparmio. Il reddito disponibile è dato dai trasferimenti provenienti dal governo al netto delle imposte pagate. Il consumo, oltre ad essere una funzione del reddito, è anche una funzione delle imposte: imposte più elevate fanno diminuire il reddito anche se meno che proporzionalmente e, di conseguenza, il consumo. L’investimento dipende dalla produzione e dal tasso d’interesse reale sui prestiti. La terza componente della domanda, ovverosia la spesa pubblica (nota n. 6), descrive, insieme alle imposte, la politica fiscale del governo, sulla quale si veda il par. 4.2 (BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. I, Il Mulino, 2021, pag. 84 e ss.).

[46] Si veda, in proposito, il paragrafo 4.2. Nella pratica, la politica fiscale e la politica monetaria sono spesso utilizzate insieme. La combinazione delle due politiche prende il nome di “mix di politica economica”, cui si ricorre quando né la politica fiscale né quella monetaria funzionano perfettamente. A volte il giusto mix richiede che la politica monetaria e quella fiscale vadano nella stessa direzione. Altre volte, il corretto mix di politica economica prevede che la politica fiscale e quella monetaria vadano in due direzioni differenti: ad esempio, combinando una manovra fiscale restrittiva e un’espansione monetaria. I policy makers utilizzano i mix di politica economica per varie ragioni: a) la politica fiscale da sola causa un aumento del disavanzo di bilancio o un minore avanzo di bilancio. Un aumento del debito pubblico può essere rischioso e, pertanto, è necessario compensarne gli effetti con la politica monetaria; b) un’espansione monetaria significa una riduzione del tasso d’interesse. Se il tasso d’interesse fosse già troppo basso, l’economia potrebbe avvicinarsi allo zero lower bound (par. 4.1.2.3.) e, in tal caso, vi sarebbe poco spazio per la politica monetaria e la politica fiscale dovrà farsi carico della maggior parte della manovra; c) la politica monetaria e la politica fiscale hanno differenti effetti sulla composizione della produzione. Una riduzione delle tasse sul reddito, per esempio, tende ad aumentare il consumo e l’investimento ma una riduzione del tasso d’interesse avrà un effetto maggiore sull’investimento che sul consumo (BLANCHARD, GIAVAZZI, AMIGHINI, Scoprire la macroeconomia, vol. I, Il Mulino, 2021, pag. 152 e ss.).

[47] È il c.d. ‘tasso di Wicksell’, ovverosia il tasso in cui risparmio e investimenti si equivalgono e che garantisce il raggiungimento del reddito di pieno impiego. La circostanza per la quale, nel medio periodo, la politica monetaria non influisce sulle variabili reali è detta “neutralità della moneta” (BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. I, Il Mulino, 2021, pag. 264 e ss.).

[48] Quando l’economia è aperta, alle descritte componenti del Pil si aggiungono anche: d) esportazioni, ovverosia gli acquisti di beni e di servizi nazionali da parte del resto del mondo; e) importazioni, ovverosia gli acquisti di beni e di servizi esteri da parte del resto dei residenti. Il consumo di beni stranieri non concorre alla formazione della produzione nazionale in quanto tali beni vengono prodotti all’estero. La differenza tra esportazioni e importazioni è chiamata esportazioni nette o saldo commerciale e si può distinguere un avanzo o un disavanzo commerciale a seconda che le esportazioni eccedano le importazioni o viceversa (BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. I, Il Mulino, 2021, pag. 84 e ss.).

[49] Ciò in quanto, quando l’economia è aperta, il tasso nazionale deve essere uguale a quello interno (BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. II, Il Mulino, 2021, pag. 295 e ss.).

[50] Una ricostruzione dei programmi q.e. lanciati dalla BCE è contenuta in ALBERTI A., I vincoli finanziari tra fatti e norme, in Osservatorio sulle fonti, Speciale - Modello costituzionale e trasformazione del sistema delle fonti nelle crisi economica e pandemica. Emergenza e persistenza (2/2022), Atti del Convegno annuale dall’Associazione ‘Gruppo di Pisa’ svoltosi a Firenze il 17 e 18 giugno 2022: «Nel gennaio 2015 la BCE – che in precedenza non aveva mai predisposto programmi in tal senso – ha annunciato il lancio di un nuovo piano ampliato di acquisto di attività finanziarie per 60 miliardi di euro al mese (aumentati a 80 nel marzo 2016). Il programma, avviato nel mese di marzo e con una scadenza iniziale prevista per settembre 2016, è stato prorogato fino a marzo 2017, data poi ì ulteriormente prorogata al dicembre dello stesso anno, ma che da aprile a dicembre ha riportato l'importo mensile di acquisto a 60 miliardi di euro al mese. Nell'ottobre del 2017 la BCE ha prolungato il q.e. di nove mesi, fino a settembre 2018, dimezzando però in questo periodo di tempo l'entità della misura, 30 miliardi di euro al mese. A giugno del 2018 la BCE ha esteso il q.e. a tutto l'anno, portando nei mesi di ottobre, novembre e dicembre gli acquisti netti mensili a 15 miliardi di euro; un nuovo piano di acquisti da 20 miliardi di euro mensili è stato varato nel settembre 2019, con decorrenza dal 1° novembre dello stesso anno e nel 2020 un piano di acquisti netti aggiuntivi di 120 miliardi di euro fino alla fine dell'anno per far fronte all’emergenza coronavirus. Nello stesso anno la BCE ha lanciato un nuovo q.e. (PEPP, Pandemic Emergency Purchase Programme), con acquisti di titoli del settore pubblico e privato per far fronte all'emergenza pandemia da Covid-19, inflazione sono potenzialmente pericolosi. rafforzato nel dicembre dello stesso anno fino a raggiungere i 1850 miliardi di euro e in vigore almeno fino alla fine del marzo 2022».

[51] Il quantitative easing (letteralmente ‘alleggerimento quantitativo’) e il credit easing rappresentano l'acquisto, da parte delle banche centrali, di titoli di Stato o di altri tipi di titoli per immettere in circolo nuovo denaro, stimolare la circolazione di moneta e tenere sotto controllo i rendimenti che i Paesi membri devono garantire agli investitori. Il preambolo del quantitative easing è rappresentato dai programmi di rifinanziamento noti come L.t.r.o. e T.l.t.r.o., ovverosia long term refinancing operations e targeted longer-term refinancing operations (BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. II, Il Mulino, 2021, pag. 419 e ss.).

[52] BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. II, Il Mulino, 2021, pag. 424 e ss..

[53] BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. II, Il Mulino, 2021, pag. 425 e ss..

[54] PAESANI P., Manuale di politica economica, Giappichelli, 2020, pag. 349 e ss..

[55] Trattando delle politiche fiscali, non può trascurarsi un cenno alle teorie keynesiane, le quali pongono, come ipotesi principale la rigidità dei prezzi nel breve periodo, l’elasticità dell’offerta e la dipendenza del consumo delle famiglie dal reddito corrente. In queste condizioni, l’equilibrio macroeconomico non si realizza con l’aggiustamento dei prezzi ma grazie all’adeguamento della domanda delle quantità prodotte. Uno shock positivo della domanda si trasmette all’economia con un effetto moltiplicatore quando spese ed entrate pubbliche, investimenti e commercio sono considerati esogeni, al contrario del risparmio che dipende dal reddito secondo la propensione al risparmio (BÉNASSY-QUÉRÉ A. – COEURÉ B.-JACQUET P-PISANI-FERRY J., Politica economica. Teoria e pratica, Il Mulino, 2019). Le politiche keynesiane sono state sintetizzate nel modello IS-LM, del quale si tratterà nel prosieguo.

[56] Per una stima più precisa degli effetti della politica fiscale, gli economisti hanno elaborato un diverso indice per il calcolo del disavanzo, il quale tiene in considerazione il livello della produzione nel sistema economico e mira a verificare di quanto diminuirebbe il disavanzo se la produzione aumentasse (c.d. ‘disavanzo corretto per il ciclo’).

[57] In aggiunta a quanto riportato nella nota n. 8, relativamente alla tassazione, occorre, anzitutto, precisare che essa è sempre abbinata a determinati livelli di spesa pubblica; secondariamente, dal livello di tassazione dipendono anche le decisioni di consumo e di investimento. Una riduzione del disavanzo pubblico, raggiunto attraverso un aumento delle imposte o della tassazione o attraverso una riduzione della spesa, o entrambe, è detto consolidamento/contrazione fiscale. Viceversa, l’aumento del disavanzo di bilancio è detto espansione fiscale (BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. II, Il Mulino, 2021, pag. 148 e ss.).

[58] Il consolidamento fiscale ridurrà la produzione poiché genererà la riduzione del reddito e dei consumi; viceversa accadrà, per effetto del moltiplicatore, in caso di espansione fiscale: dato il tasso d’interesse, infatti, maggiori imposte o minore spesa pubblica ridurranno la domanda e, attraverso il moltiplicatore, la produzione.

[59] Il modello IS-LM considera l’equilibrio sul mercato dei beni per derivare la curva IS; considera, poi, l’equilibrio sul mercato finanziario per derivare la curva LM; infine mette insieme le due condizioni di equilibrio e analizza gli effetti della politica fiscale e monetaria anche congiuntamente. L’equilibrio nel mercato dei beni, come noto, è dato dall’eguaglianza tra produzione e domanda, graficamente rappresentato dalla curva IS (Investment-Saving). L’equilibrio sul mercato finanziario, invece, richiede che l’offerta e la domanda di moneta si equivalgano, ed è graficamente riprodotto con la curva LM (Liquidity-Money). Ogni punto della curva IS è un punto di equilibrio nel mercato dei beni e ogni punto della curva LM è un punto di equilibrio sul mercato della moneta. Nel punto di intersezione delle curve vi è l’equilibrio simultaneo di entrambi i mercati, con i relativi livelli di produzione e di tasso d’interesse. Quando il governo movimenta in aumento le imposte, mantenendo invariata la spesa pubblica, l’incremento delle imposte ridurrà la produzione poiché genererà la riduzione del reddito e dei consumi. La curva IS si sposta a sinistra. La curva LM, invece, resterà invariata perché a banca non modifica il tasso d’interesse: l’economia si muove lungo la curva LM. Nell’intersezione tra la nuova curva IS e la LM originaria, si ricaverà il nuovo punto di equilibrio del mercato dei beni e del mercato finanziario. Considerando, invece, la politica monetaria, se la banca centrale procedesse a un’espansione monetaria la curva IS non si sposterà, mentre, invece, la LM si sposterà verso il basso in corrispondenza del minor tasso d’interesse. La produzione non sarà intaccata in diminuzione ma l’economia si muoverà lungo la curva IS e la produzione aumenterà, così come la domanda. Viceversa, in caso di riduzione dell’offerta di moneta, ovverosia di stretta monetaria (BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia a, vol. II, Il Mulino, 2021, pag. 426 e ss.).

[60] Le aspettative degli individui, in particolare, non appena viene dato l’annuncio della manovra di politica fiscale, dovranno tenere in considerazione un tasso d’interesse futuro atteso più basso ed un livello di produzione più elevato. In particolare, se gli individui e le imprese formulassero delle aspettative razionali sugli effetti futuri dell’attuale riduzione del disavanzo di bilancio, allora, si attenderanno quelli che sono gli effetti della politica fiscale restrittiva sul lungo periodo, ovverosia, l’aumento della produzione in conseguenza di una maggior accumulazione di capitale (BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. II, Il Mulino, 2021, pag. 204 e ss.).

[61] Il risparmio, anzitutto, è la somma di risparmio pubblico e di risparmio privato. Il risparmio privato è la differenza tra reddito disponibile e consumo. Il risparmio pubblico è la differenza tra il gettito delle imposte e la spesa pubblica. Quando le prime eccedono la seconda c’è un c.d. avanzo di bilancio; quando la seconda eccede la prima si ha un disavanzo di bilancio. Il risparmio privato e il risparmio pubblico equivalgono al c.d. risparmio aggregato. Il risparmio gioca un ruolo fondamentale sul lungo periodo, infatti, diventano determinanti i sistemi istituzionali e di governo, il tasso di risparmio e il progresso tecnologico, i quali determinano la crescita. In merito a quanto da ultimo riportato occorre premettere che, alla base della produzione nel lungo periodo ci sono due relazioni tra capitale e produzione: 1.) il capitale determina l’ammontare possibile di produzione; 2.) il livello di produzione determina, a sua volta, il livello di risparmio e quindi il livello di capitale accumulato nel tempo. Tuttavia, occorre precisare che, l’accumulazione di capitale, da sola, non basta a sostenere la crescita poiché, considerati i rendimenti marginali del capitale, occorrerebbero aumenti di capitale sempre maggiori per poter sostenere un aumento costante del prodotto per lavoratore (BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. II, Il Mulino, 2021, pag. 43 e ss..)

[62] BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. II, Il Mulino, 2021, pag. 284 e ss..

[63] BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. II, Il Mulino, 2021, pag. 366.

[64] BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. II, Il Mulino, 2021, pag. 368.

[65] BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. II, Il Mulino, 2021, pag. 369 e ss..

[66] BÉNASSY-QUÉRÉ A.- COEURÉ B.-JACQUET P-PISANI-FERRY J., Politica economica. Teoria e pratica, Il Mulino, 2019.

[67] È noto che le decisioni di politica fiscale si inseriscano entro l’ampia cornice di regole stabilite a livello europeo. Tali regole sono funzionali a garantire la stabilità finanziaria dell’eurozona e ad evitare l’effetto domino in caso di crisi finanziarie. Il processo che ha condotto a tali regole può sintetizzarsi in tre fasi: (1) fissazione dei c.d. ‘criteri di Maastricht’ per entrare nell’unione economica e monetaria europea (1992) – il Trattato di Maastricht stabilisce che, i paesi che vogliono entrare a far parte dell’unione economica e monetaria europea, devono presentare, contemporaneamente, un tasso d’inflazione contenuto e non superiore all’1,5% di quello dei tre paesi con il tasso d’inflazione minore nell’anno precedente l’esame della candidatura dello Stato aderente, un rapporto deficit/PIL non superiore al 3%, un rapporto debito pubblico/PIL non superiore al 60%, tasso di cambio stabile, tasso d’interesse nominale stabile e non superiore al 2% di quello dei tre stati con i prezzi più stabili nell’anno precedente l’esame della candidatura dello Stato aderente; (2) sottoscrizione del Patto di stabilità e crescita (1997) – vengono ribadite e rinforzate le soglie di Maastricht prevedendo altresì l’adozione di specifici programmi di stabilità e di specifici meccanismi correttivi in caso di sforamenti; (3) introduzione del c.d. “obiettivo di medio termine” e riforme (2005, 2011, 2012 e 2013) – l’OMT è pari allo 0,5% del PIL, le riforme del PSC, invece, sono avvenute tramite pacchetti di regolamenti europei noti come ‘six pack’ e ‘two pack’ (PAESANI P., Manuale di politica economica, Giappichelli, 2020).

[68] BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. II, Il Mulino, 2021, pag. 372 e ss.

[69] BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. II, Il Mulino, 2021, pag. 387 e ss.

[70] BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. II, Il Mulino, 2021, pag. 387 e ss.

[71] BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. II, Il Mulino, 2021, pag. 391 e ss.

[72] BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. II, Il Mulino, 2021, pag. 390 e ss.

[73] Considerando il modello IS-LM, un aumento della spesa pubblica provocherà uno spostamento verso destra della curva IS (inclinata negativamente), ma quella LM (orizzontale) rimarrà invariata essendo inalterato il tasso d’interesse.

[74] c.d. ‘modello Mundell-Fleming’.

[75] BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. II, Il Mulino, 2021, pag. 284 e ss.

[76] BÉNASSY-QUÉRÉ A.- COEURÉ B.-JACQUET P-PISANI-FERRY J., Politica economica. Teoria e pratica, Il Mulino, 2019.

[77] Come anticipato, tra i rischi di un’elevata inflazione vi è anche la riduzione dei salari reali. Il livello dei prezzi influenza il livello dei salari in quanto i lavoratori e le imprese sono interessati, non tanto al salario nominale, quanto al salario reale, e dunque al salario espresso in termini di prezzi dei beni che acquistano ed espresso in termini di prezzo della produzione venduta. Considerato, però, che i salari sono fissati a livello nominale e che, nel momento in cui sono fissati, il livello atteso dei prezzi non si conosce, essi dipenderanno dal livello atteso dei prezzi e non dal livello effettivo. Di conseguenza, lavoratori e imprese rispettivamente, chiederanno e saranno disposti ad incrementare i salari ove le loro aspettative andranno nel senso di una crescita dei prezzi (BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. I, Il Mulino, 2021, pag. 203 e ss.).

[78] Osservando l’attività economica sul lungo periodo, le fluttuazioni annuali non appaiono rilevanti quanto invece lo sono sul breve periodo. Sul lungo periodo, infatti, il fattore dominante diventa la crescita, ovverosia il costante aumento della produzione aggregata nel tempo. La crescita è la principale determinante della qualità della vita della popolazione di un Paese, misurata in termini di prodotto pro-capite, ovverosia il PIL di un Paese diviso il numero dei suoi abitanti, e sulla “purchasing power parity”, ovverosia sulla parità dei poter d’acquisto. I fattori che determinano la crescita sono l’accumulazione di capitale e il progresso tecnologico: essi, tuttavia, non hanno lo stesso peso nel determinare l’aumento del prodotto aggregato, dal momento che l’accumulazione di capitale, da sola, non basta a sostenere la crescita, non consentendo l’aumento del tasso di crescita della produzione. Un miglioramento dello stato della tecnologia, invece, ben può portare ad un aumento della crescita: per stato della tecnologa si intende l’elenco dei progetti che definiscono la gamma dei prodotti che possono essere ottenuti nell’economia, sia le tecniche disponibili per produrli. Per studiare la crescita gli economisti utilizzando il modello economico elaborato da Robert Solow alla fine degli anni ’50. Il punto di partenza per la costruzione del modello di Solow è una funzione di produzione che specifichi la relazione tra produzione aggregata e i fattori produttivi. La funzione di produzione aggregata può essere costruita ipotizzando l’esistenza di due fattori produttivi – capitale e lavoro – e ipotizzando che la relazione tra produzione aggregata e questi due fattori sia che la produzione aggregata dipende dallo stock aggregato di capitale e dall’occupazione aggregata. Le restrizioni da imporre alla funzione di produzione aggregata sono la proprietà dei rendimenti di scala costanti e del rendimento decrescente dei fattori produttivi. Alla stregua della prima proprietà la scala produttiva raddoppia se raddoppia la quantità di input immessi nel processo produttivo. Alla stregua della proprietà dei rendimenti decrescenti del capitale e del lavoro, ogni aumento della quantità di fattore produttivo impiegato nella produzione genera un minore aumento della quantità di prodotto ottenuto quanto maggiore è la quantità di fattore già impiegata (BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. II, Il Mulino, 2021, pag. 19 e ss.).

[79] BÉNASSY-QUÉRÉ-A.-COEURÉ B.-JACQUET P-PISANI-FERRY J., Politica economica. Teoria e pratica, Il Mulino, 2019.

[80] Tra gli shock inattesi rientrano anche quelli causati, recentemente, dalla pandemia da Covid-19. Le risposte di politica fiscale sono andate principalmente nel senso di sostenere le imprese e i lavoratori dei settori colpiti dall’emergenza sanitaria e nel senso di evitare il più possibile l’effetto domino su altri settori. In tal senso, anche la politica monetaria si è mossa nel senso di diminuire, per quanto possibile, i tassi d’interesse e di intervenire su alcuni mercati finanziari al fine di ridurre il costo del credito. A livello europeo, il programma d’aiuto più significativo è il Next Generation EU, meglio noto in Italia con i nomi informali di Recovery Fund o Recovery Plan, un fondo dal valore di 750 miliardi di euro approvato nel luglio del 2020 dal Consiglio europeo al fine di sostenere gli Stati membri colpiti dalla pandemia da Covid-19. In questo contesto si inserisce Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ovverosia lo strumento che traccia gli obiettivi, le riforme e gli investimenti che l’Italia intende realizzare grazie all’utilizzo dei fondi europei di Next Generation  EU (BLANCHARD O., GIAVAZZI F., AMIGHINI A., Scoprire la macroeconomia, vol. I, Il Mulino, 2021).

[81] BÉNASSY-QUÉRÉ A. -COEURÉ B.-JACQUET P- PISANI-FERRY J., Politica economica. Teoria e pratica, Il Mulino, 2019.

[82] L’indipendenza delle istituzioni finanziarie garantisce che le politiche economiche vengano condotte in maniera autonoma e non in via subordinata alle direttive dei governi, i quali potrebbero strumentalizzarle al fine di perseguire un determinato risultato elettorale. Questa caratteristica imprescindibile assicura che l’attuazione delle politiche economiche avvenga previa garanzia, alle istituzioni che ne curano l’attuazione, di piena libertà per raggiungere gli obiettivi fissati. La fissazione di un obiettivo costituisce, di per sé, uno strumento che vincola l’operato delle istituzioni finanziarie e che rappresenta un parametro oggettivo che consente di giudicare l’operato delle medesime. L’indipendenza delle istituzioni, in particolare, consente di ottenere risultati macroeconomici migliori dal momento che tale fattore riesce a controllare gli hazards del governo e, nello specifico, l’inflation hazard, l’employment hazard, il fiscal hazard. La prima espressione designa il tentativo del governo di perseguire, per fini elettorali, un tasso d’inflazione diverso da quello socialmente accettabile; l’employment hazard designa, invece, il tentativo del governo di sfruttare le imperfezioni del mercato del lavoro per creare inflazione non attesa e far diminuire i salari; infine, il fiscal hazard, designa l’atteggiamento del governo che, al fine di assecondare il risultato elettorale, decida di agire tramite politiche in deficit certo della futura monetizzazione del debito da parte di una banca centrale accomodante (FEI R., Indipendenza della banca centrale in PAESANI P., Manuale di politica economica, Giappichelli, 2020, pag. 338 e ss.).

[83] DE CARIA R., Il principio della solidarietà tra generazioni tra mutualizzazione dei debiti e divieto di finanziamento monetario, in Rivista AIC, n. 3/2021.

[84] DE CARIA R., Il principio della solidarietà tra generazioni tra mutualizzazione dei debiti e divieto di finanziamento monetario, in Rivista AIC, n. 3/2021.

[85] DE CARIA R., Il principio della solidarietà tra generazioni tra mutualizzazione dei debiti e divieto di finanziamento monetario, in Rivista AIC, n. 3/2021.

[86] DE CARIA R., Il principio della solidarietà tra generazioni tra mutualizzazione dei debiti e divieto di finanziamento monetario, in Rivista AIC, n. 3/2021.

[87] La teoria dell’equilibrio punteggiato mostra che il cambiamento radicale nelle policies avvenga solo in conseguenza di eventi rari, drastici e improvvisi, frequentemente registratisi in seguito a lunghi periodi di stabilità e in ragione di cause contingenti. Le voci di spesa, in particolare, subiscono cambiamenti limitati da un anno all’altro e le decisioni di bilancio risentono sempre del c.d. clima fiscale, ovverosia del contesto economico di riferimento. Alla stregua della teoria dell’equilibrio punteggiato, ciò rappresenta uno degli inputs esterni e contingenti che, in genere, innesca il cambiamento e il mutamento della policy (CAPANO G. - NATALINI A. (a cura di), Le politiche pubbliche in Italia, Il Mulino, 2020). Le caratteristiche fondamentali del modello incrementale sono state tratteggiate da Charles Lindblom. Esso configura le decisioni pubbliche come il risultato di un mutuo aggiustamento tra attori partigiani, ciascuno dei quali conduce un’analisi semplificata e parziale del problema, trascura aspetti importanti, rinuncia a una visione globale, si concentra esclusivamente sulle variazioni marginali introdotte dalle soluzioni proposte. Le decisioni sono costituite da piccole variazioni (o piccoli incrementi) rispetto alla situazione esistente, perché sono le uniche che gli attori possono effettivamente valutare e su cui possono accordarsi.

[88] Si veda nota n. 79.

[89] CAPANO G. - NATALINI A. (a cura di), Le politiche pubbliche in Italia, Il Mulino, 2020, pag. 53 e ss.

[90] CAPANO G. - NATALINI A. (a cura di), Le politiche pubbliche in Italia, Il Mulino, 2020, pag. 53 e ss.

[91] CAPANO G. - NATALINI A. (a cura di), Le politiche pubbliche in Italia, Il Mulino, 2020, pag. 108.

 

BIBLIOGRAFIA

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