ISSN 2039 - 6937  Registrata presso il Tribunale di Catania
Anno XI - n. 06 - Giugno 2019

  Studi



La tutela delle minoranze e il riparto delle competenze tra Stato e Regioni

di PAOLO COLASANTE
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La tutela delle minoranze e il riparto delle competenze tra Stato e Regioni.

 Di Paolo Colasante

Negli ultimi anni, la Corte costituzionale ha avuto più volte modo di occuparsi di disposizioni di legge della Regione Veneto che potrebbero essere definite auto-accrescitive della propria autonomia o, comunque, volte al riconoscimento unilaterale della sussistenza, in capo al Veneto, di una forte identità da porre a fondamento di pretese di tipo etnico-linguistico-statuale.

La decisione capostipite in questo senso è la sentenza n. 118 del 2015, in cui il giudice delle leggi ha giudicato della legittimità costituzionale delle disposizioni delle leggi nn. 15 e 16 del 2014 della Regione Veneto, con cui si prevedevano diversi referendum consultivi volti – tra l’altro – a chiedere al corpo elettorale regionale che si esprimesse sul proprio favore in ordine al riconoscimento, tra l’altro, dell’indipendenza e della sovranità del Veneto. Espressioni, queste, che chiaramente riecheggiano la nozione di Stato e che ne hanno comportato la censura da parte della Corte costituzionale.

Se in questo primo caso la Regione Veneto ha tentato di consultare il proprio corpo elettorale affinché quest’ultimo si autodeterminasse direttamente in Stato, con la legge regionale n. 28 del 2016, dichiarata incostituzionale dalla sentenza n. 81 del 2018, il legislatore regionale, dietro un testo normativo di apparente tutela delle minoranze, ha invero provato a delineare la sussistenza di uno degli elementi costitutivi dello Stato: il “popolo veneto”.

Infatti, l’art. 1 della legge in questione rinviava alla definizione del popolo veneto contenuta negli articoli 1 e 2 dello Statuto regionale (L.R. n. 1 del 2012), dichiarando che a questi spettino i diritti di cui alla “Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali” del Consiglio d’Europa ratificata con legge 28 agosto 1997, n. 302.

La legge andava anche oltre, stabilendo che “fanno parte della minoranza nazionale veneta anche quelle comunità legate storicamente e culturalmente o linguisticamente al popolo veneto anche al di fuori del territorio regionale” (art. 1, comma 2) e che “il popolo veneto comprende altresì le comunità etnico-linguistiche cimbre e ladine, riconosciute ai sensi della legge regionale 23 dicembre 1994, n. 73” (art. 1, comma 3).

Si affidava poi alla spontanea manifestazione del singolo la possibilità di essere dichiarato appartenente alla neonata minoranza, dal momento che l’art. 3 prevedeva che “al fine di garantire il diritto di dichiararsi appartenente alla minoranza nazionale veneta, viene incaricata della raccolta e valutazione delle dichiarazioni spontanee l’Aggregazione delle associazioni maggiormente rappresentative degli enti ed associazioni di tutela della identità, cultura e lingua venete, da costituirsi presso la Giunta regionale”.

Appare ictu oculi evidente che l’intervento normativo eccede le competenze regionali, atteso che l’impostazione della legge regionale veneta trascende il tema della tutela delle minoranze di cui all’art. 6 Cost. e tende a realizzare una proclamazione di esistenza di un popolo diverso all’interno del popolo italiano. Tuttavia, la decisione in commento offre l’occasio per un’esatta ricostruzione sistematica della materia della tutela delle minoranze linguistiche nell’ambito del riparto delle competenze tra Stato e Regioni.