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Altri Temi e Dibattiti


Inserito in data 31/03/2012
SPECIALE RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

La mediazione civile come strumento di deflazione del contenzioso.



 


Studi di:
Prof. Avv. Saverio Sticchi Damiani:

"Rimedi non giurisdizionali a tutela del consumatore, la rete SOLVIT, la direttiva sulla mediazione in materia civile e commerciale: è possibile enucleare una nozione comunitaria di ADR? (Profili di continuità nella disciplina comunitaria".

Camilla Stefanizzi:

"La mediazione al vaglio della Corte costituzionale. Breve analisi nell'ordinanza di rimessione (TAR Lazio, Sez. I, 12 aprile 2011, n. 3)"; 

"Il doppio volto della mediazione: aggiudicativa e facilitativa. Punti deboli di una scelta di compromesso".

Marco Pennisi:

“Il ruolo del mediatore-conciliatore nelle diverse fasi del procedimento”;

“Osservazioni sulla responsabilità nella mediazione civile”;

“Il percorso della mediazione civile tra aspettative e resistenze”.

Giulia Spina

"La mediazione come strumento di gestione dei conflitti. Il valore etico della mediazione";

"La mediazione. Un caso pratico".

Documenti

Risoluzione del Parlamento europeo del 25 ottobre 2011 sui metodi alternativi di risoluzione delle controversie in materia civile, commerciale e familiare

 


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Inserito in data 24/01/2012
LA REGOLAMENTAZIONE DELL'ATTIVITA' DELLE LOBBIES. I GRUPPI DI PRESSIONE NELL'ORDINAMENTO ITALIANO

Studi di:
Michele Corradino "Lobbies e gruppi di pressione nell'ordinamento italiano"
Giovanni Guzzetta "I gruppi di pressione come problema e come soluzione nello stato contemporaneo"
Pier Luigi Petrillo "Le lobbies della democrazia e la democrazia delle lobbies"



"I lobbisti sono quelle persone che per farmi comprendere un problema impiegano dieci minuti e mi lasciano sulla scrivania cinque fogli di carta. Per spiegarmi lo stesso problema i miei collaboratori impiegano tre giorni e decine di fogli"

John Fitzgerald Kennedy

I gruppi di interesse costituiscono un tratto caratteristico delle economie evolute in cui le esigenze di normazione o di interventi amministrativi del mondo dell'impresa, delle professioni, dei sindacati e, più in generale, dei portatori di interessi rilevanti vengono incanalate dall'ordinamento in procedimenti amministrativi che garantiscono trasparenza ai rapporti con il potere pubblico.
Laddove tale regolamentazione esiste gli individui si costituiscono in gruppi per esprimere i propri interessi e, in questo quadro, non svolgono una funzione antagonista rispetto alle istituzioni, ma complementare ad esse, in quanto esprimono istanze di partecipazione alla vita pubblica.
L'assenza di regolamentazione non impedisce il verificarsi del fenomeno ma ne ostacola l'istituzionalizzazione, ammantando talvolta i rapporti tra gruppi di pressione e Istituzioni di un'aura di sospetto.
Nell'ordinamento italiano manca una regolamentazione specifica e, mentre una disciplina embrionale della rappresentazione degli interessi all'autorità amministrativa può trovarsi nella disciplina della partecipazione al procedimento amministrativo, non sono affatto regolamentati i rapporti tra lobbies e potere legislativo.
La nostra rivista, pubblicando questi saggi che offrono un interessante contributo alla delineazione di uno statuto dei rapporti tra Istituzioni e gruppi di pressione, apre il dibattito sul tema della regolamentazione dell'attività lobbistica.
 



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Inserito in data 31/12/2008
Federica Mogherini - Deputata PD -

Riforme istituzionali e federalismo

L'Italia ha bisogno di riforme, tanto più oggi, nel pieno di una crisi internazionale che mette in discussione tutti i fondamentali della nostra società: la sua struttura produttiva, il suo mercato del lavoro, il suo sistema di infrastrutture, la sua pubblica amministrazione e più in generale lo Stato e il rapporto tra potere centrale e autonomie locali.
Il nostro Paese non può più rinviare le risposte che cerca da oltre 15 anni per ridefinire la sua Costituzione formale e materiale, per far entrare l'Italia nel nuovo secolo con istituzioni profondamente rinnovate: dovrebbe essere chiaro a tutti ormai che l'alternativa, sempre più concreta e vicina, è quella di un inesorabile declino nazionale.
Il mondo sta cambiando: la crisi della globalizzazione della finanza, il fallimento del liberismo economico, l'assenza di regole e di controllo democratico sulle grandi scelte internazionali, chiamano in causa per la prima volta da anni una presenza nuova del potere pubblico, di buona politica, di partecipazione democratica, capace di legare locale e globale nella costruzione di una nuova statualità capace di essere più vicina ai cittadini e di esercitare allo stesso tempo una funzione al di là dei vecchi confini nazionali.
Questo vale tanto più per l'Italia, che più delle altre democrazie occidentali ha bisogno di ripensare se stessa.
Per questo la discussione sulle riforme istituzionali nel nostro Paese meriterebbe davvero di essere portata su un piano diverso dalla polemica politica quotidiana, per avere quel respiro lungo e quel consenso nazionale ampio che necessita.
E' bene provare a partire dal merito, da proposte concrete, da progetti di riforma da confrontare in Parlamento e, più in generale, in un dibattito pubblico, aperto ai cittadini, ai territori, alle parti sociali e al mondo della cultura.
La riforma istituzionale più importante e complessa è quella del federalismo, che significa ripensare la forma del nostro Stato, il fondamento della nostra unità nazionale, non solo con una redistribuzione di poteri dal centro verso i territori, ma anche con una riorganizzazione del welfare italiano, nella direzione di una maggiore equità, universalità ed efficienza dei servizi pubblici.
Il Partito Democratico ha presentato in questi giorni al Senato un disegno di legge delega sul federalismo fiscale, che rappresenta un contributo importante al confronto parlamentare.
Una proposta che nasce dalla consapevolezza che sulla riforma federalista oggi l'Italia si trova in mezzo al guado: la riforma costituzionale del 2001 era infatti solo il primo passo di un processo che attende di essere completato ormai da troppo tempo, accompagnando al trasferimento di competenze e poteri dallo Stato agli enti locali, il necessario decentramento fiscale.
Perché oggi viviamo una contraddizione del sistema istituzionale italiano: ad una responsabilità politica e amministrativa trasferita negli ultimi anni ai governi di prossimità, non è seguito un ripensamento delle responsabilità finanziarie pubbliche, un trasferimento cioè anche di risorse.
Di fatto l'Italia è uno Stato a forte struttura regionale, senza avere i mezzi adeguati per far funzionare, come si vorrebbe, nel modo più efficiente e responsabile le autonomie locali.
Il rischio è che se non si completa il processo della riforma federalista, si alimenti confusione di competenze o conflitti tra diversi livelli istituzionali, inefficienza dei servizi pubblici, ma soprattutto deresponsabilizzazione di quei soggetti a cui sono stati demandati nuovi compiti che, non disponendo delle risorse necessarie per poterli portare a termine, possano loro per primi alimentare nei cittadini un senso di ostilità verso lo Stato, spinte antipolitiche, sentimenti di sfiducia e di disgregazione.
Si propone dunque di realizzare un'idea di federalismo “cooperativo”, un vero patto tra le diverse aree del Paese con cui offrire una risposta alle crescenti disuguaglianze e spinte divaricatrici tra Nord e Sud.
Un federalismo che realizzi la più profonda opera di modernizzazione dello Stato degli ultimi trent'anni, ricostruendo un rapporto trasparente tra istituzioni e cittadini, a partire dal nesso tra servizi pubblici, bilancio dello Stato e imposizione fiscale.
Imporre, cioè, alla pubblica amministrazione standard di efficienza verificabili quanto ad impiego delle imposte, con la definizione di livelli quantitativi e qualitativi dei servizi pubblici locali da raggiungere.
Questa grande innovazione può essere introdotta solo se l'intero progetto di riforma trovi la sua fonte di ispirazione principale in due principi costituzionali fondamentali: l'uguaglianza dei diritti essenziali per tutti i cittadini e la partecipazione di ogni cittadino, indipendentemente da dove risiede, al finanziamento dei servizi pubblici in misura progressiva sulla base della sua capacità contributiva.
Sulla base di questi principi ispiratori, si propone un “Patto per la convergenza tra le diverse aree del Paese” sia nei costi unitari, sia negli standard dei servizi pubblici erogati.
Una doppia convergenza: la prima verso servizi resi in tutti i territori alle condizioni di costo delle regioni più efficienti; la seconda verso standard di qualità sempre più omogenei nelle diverse aree del Paese. Efficienza ed efficacia dei servizi, dunque.
Efficienza, per ridefinire i fabbisogni di spesa sulla base non della spesa storica, ma degli standard raggiunti dalle migliori amministrazioni; efficacia, per determinare la dotazione di risorse moltiplicando il costo standard unitario per l'obiettivo quantitativo e qualitativo del servizio che si intende garantire in quello specifico territorio.
Si intende, in sostanza, applicare al governo dei servizi pubblici fondamentali gli stessi meccanismi utilizzati nel processo di convergenza economica dell'Unione europea, non limitandosi cioè a stabilire le assegnazioni delle risorse, ma vincolandone l'erogazione al raggiungimento da parte delle istituzioni locali di obiettivi di servizio quantificati e verificati.
Vengono previsti, inoltre, tre strumenti fondamentali per la realizzazione del processo federalista.
Innanzitutto un coordinamento dinamico della finanza pubblica, definendo un livello programmato della pressione fiscale complessiva e della sua ripartizione tra i diversi livelli di governo, per riaffermare che la finanza pubblica nel suo complesso è ancora materia dello Stato e che se si “territorializzano” le grandi imposte nazionali si modifica un fondamento essenziale della stessa cittadinanza italiana, che è la base nazionale e progressiva del sistema fiscale.
Il secondo strumento è la definizione di livelli essenziali delle prestazioni relative a diritti sociali e civili da garantire su tutto il territorio nazionale.
Il terzo è, infine, la definizione degli strumenti di perequazione, di riequilibrio finanziario per le aree territoriali più deboli e arretrate.
Il confronto parlamentare delle prossime settimane ci dirà se queste proposte troveranno ascolto, così come si verificherà quanto il federalismo fiscale potrà essere collocato in una nuova cornice istituzionale, in un più complessivo intervento di riforme delle istituzioni, a partire dal superamento del bicameralismo perfetto, con la creazione di un Senato federale.
Di certo, non è immaginabile una riforma federalista senza un consenso ampio e trasversale: gli interventi a colpi di maggioranza che in passato sono stati realizzati da entrambe le parti politiche non sono riusciti a chiudere la lunga transizione istituzionale italiana, ma hanno lasciato l'Italia in mezzo al guado.
E' in gioco l'unità del nostro Paese, la sua capacità di rinnovarsi nel profondo per ritrovare una sua funzione nazionale per gli anni a venire. E questo davvero è un interesse comune intorno al quale ritrovarsi tutti, facendo ogni sforzo perché una riforma seria e moderna dello Stato possa finalmente vedere la luce.





Inserito in data 21/04/2008
Intervista  ad Antonio Catricalà, Presidente dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato

Intervista

Secondo alcune analisi il libero dispiegarsi delle forze di mercato tende ad accrescere le disuguaglianze, creando fratture all'interno della società che, nelle loro forme più estreme, possono portare alla rottura del “patto sociale” e dunque minacciare la sicurezza dello Stato. Come può essere evitata questa frattura?

L'attuale fase storico-economica sembra indubbiamente mettere alla prova l'idea che un'economia aperta, ormai inesorabilmente globalizzata, possa produrre benessere diffuso e progresso tra i popoli. Si torna a parlare, con insistenza, di fallimento del mercato e riprende quota la voglia di statalismo e di protezionismo. Quando la collettività deve affrontare la crisi economica, quando recessione e l'inflazione incidono direttamente sulla vita delle famiglie, ampliando la quota di popolazione sotto il livello di povertà, il rischio di rottura del ‘patto sociale' si fa indubbiamente concreto. Sarebbe tuttavia un errore affrontare queste problematiche con un salto all'indietro, rispolverando la ricetta della presenza dello Stato nell'economia per riequilibrare la distribuzione delle risorse disponibili.
Puntare sulle liberalizzazioni e sull'apertura dei mercati come antidoto contro la crisi resta infatti la strada maestra. Tuttavia non possiamo dimenticare che l'attività economica deve svolgersi nella correttezza e nell'osservanza delle regole per far sì che la massimizzazione dell'utilità del singolo non si tramuti in un ulteriore svantaggio per la collettività, ma rappresenti invece un arricchimento del bene comune. Il mercato vive di regole, a patto che queste siano snelle e proporzionate all'obiettivo. Farle applicare con oggettività e trasparenza, soppesando interessi singoli e interessi collettivi, è il lavoro che deve svolgere quotidianamente la nostra Autorità. Senza le regole, e il loro rispetto, non solo il patto sociale può, soprattutto nelle fasi recessive, scricchiolare o addirittura rompersi, ma si può innescare una pericolosa crisi di fiducia da parte dei cittadini nei confronti delle imprese e della produzione. Non credo sia casuale che la tutela dei consumatori sia finalmente entrata nel nostro ordinamento con un attenzione da parte del legislatore fino a pochi anni fa del tutto sconosciuta. Se il consumatore può liberamente scegliere su un mercato dove chi non rispetta le regole viene pesantemente sanzionato è il mercato stesso che, da questa tutela, trae linfa vitale.
Per ridare slancio all'economia libertà d'impresa e rispetto delle regole debbono dunque andare di pari passo. Se lo Stato lascia spazio alla società, in tutte le sue forme organizzative, può crearsi maggiore ricchezza.
L'arretramento dello Stato e delle istituzioni dall'economia non deve tuttavia significare anarchia del mercato. Per questo l'Antitrust, quando è necessario, interviene sulle aziende, vietando concentrazioni che possono apportare nocumento al mercato e, in ultima analisi, ai consumatori. Proprio perché il mercato non è perfetto è necessario vigilare, per evitare abusi o intese tra forti che strozzano l'economia e si ripercuotono, alla fine, su i più deboli, siano essi i consumatori o le imprese concorrenti. Il nostro ruolo, come quello delle altre Autorità indipendenti, è dunque fondamentale per difendere e corroborare la forza del mercato senza che si crei sfiducia nel mercato stesso.
Non c'è dicotomia tra competizione e solidarietà, tra merito e welfare. Il bene comune si realizza attraverso il principio di sussidiarietà. Anzi, la concorrenza è una medicina essenziale per consentire al Paese di crescere. E solo la ripresa economica può dare la libertà dal bisogno, che Roosevelt metteva allo stesso livello della libertà di credo, di pensiero e di libertà dalla paura.

Ritiene ormai assodato il principio per cui la sicurezza nazionale non può che essere assicurata con una politica di apertura agli scambi con l'estero fondata sui principi della libertà di scambio?
 
Innanzittutto occorre fare una premessa sul concetto di sicurezza nazionale che, nell'era della globalizzazione, assume molte e diverse implicazioni. E' evidente che la sicurezza interna, intesa in senso tradizionale come tutela dell'incolumità dei cittadini, non può essere oggetto di analisi da parte dell'Antitrust. Esiste invece un nesso tra la sicurezza dello Stato, legata agli equilibri geopolitici, e le materie di interesse di un'Autorità di concorrenza. Le quotazioni delle materie prime degli ultimi mesi costituiscono un esempio eclatante dell'interdipendenza tra equilibri politici ed economia mondiale. In questo contesto assume rilievo fondamentale per la crescita dell'economia nazionale la sicurezza degli approvvigionamenti dei beni di prima necessità che l'Italia importa prevalentemente o del tutto dall'estero.
Pensiamo al caso del gas, da cui dipendono i nostri consumi energetici sia diretti che tramite l'industria di trasformazione.  Si tratta oltretutto di una dipendenza concentrata (per il 65%) nei confronti di due soli Paesi, la Russia e l'Algeria. Basterebbe che uno solo dei due chiudesse il rubinetto per mettere in ginocchio la nostra economia e il benessere quotidiano dell'intera collettività. Per questo l'Autorità negli ultimi anni, da quando il tema è tornato prepotentemente alla ribalta, ha insistito perché venisse creata una rete di rigassificatori che permettesse una diversificazione delle fonti di approvvigionamento. Purtroppo il meccanismo di veti incrociati che caratterizza i processi decisionali del nostro Paese ha bloccato la costruzione di rigassificatori. Per evitare le tensioni sociali legate alle proteste locali si è messa una seria ipoteca sulla sicurezza dell'intera collettività nazionale nel medio periodo.
Il risultato è che ad oggi c'è un solo rigassificatore in funzione, quello di Panigaglia, oltretutto di proprietà di Eni che resta ampiamente l'operatore dominante nel settore. Proprio nei confronti di Eni e dell'atteggiamento escludente avuto nei confronti dei concorrenti che volevano accedere all'impianto di Panigaglia, l'Autorità ha dovuto aprire un'istruttoria per possibile abuso di posizione dominante. Per evitare la sanzione e l'accertamento dell'infrazione Eni ha presentato impegni di gas release per 4 miliardi di mc di gas, a prezzi inferiori a quelli di mercato. L'Autorità ha accettato gli impegni rendendoli vincolanti ma è evidente che la sola azione Antitrust non basta. se davvero si ha a cuore la sicurezza nazionale occorrono soluzioni strutturali che passano inevitabilmente per la costruzione di una rete di rigassificatori,
Il tema dell'energia investe peraltro la vita quotidiania degli italiani, costretti in questi mesi a fare i conti con aumenti dei prezzi di gas ed elettricità ai quali molte famiglie stentano a far fronte. Una soluzione possibile per attenuare gli effetti dell'impennata del prezzo del gas (legato alla quotazione del petrolio) potrebbe essere quella di costituire una centrale di acquisto europea per aumentare il potere contrattuale delle aziende, molte delle quali ancora controllate dai Governi.
Un minor prezzo di approvvigionamento trasferito ai consumatori finali potrebbe attenuare le possibile tensioni sociali legate al progressivo impoverimento delle famiglie con il quale il nostro Paese (ma non solo) sta facendo i conti.
Affrontare alcuni snodi fondamentali per il benessere delle famiglie italiane e per la sicurezza del Paese non significa tuttavia mettere in alcun modo in discussione il modello di economia aperta al libero scambio: sarebbe antistorico oltre che economicamente insostenibile: l'Italia vive di esportazioni e importa tutte le materie prime. Certo, in Europa c'è chi sta organizzando 'neo nazionalismi' che impediscono a chiunque di entrare. Ma si tratta di esempi negativi, che rappresentano un macigno sulla via della costruzione di un Unione europea economicamente e politicamente forte.

Passando alla dimensione globale della sicurezza Thomas Friedman nel suo libro “Le radici del futuro” afferma “ La paura dominante dell'era della globalizzazione è il radicale cambiamento innescato da un nemico che non si sa riconoscere, vedere o toccare: la sensazione che il proprio lavoro, la comunità a cui si partecipa, l'impiego possano essere trasformati in qualunque momento da un'anonima forza economica  o tecnologica che è tutto fuorché stabile”. Come limitare, allora, questa paura e trasformare il pericolo globale piuttosto che in una minaccia alla sicurezza nazionale che porta ad una competizione “parossistica”, in un'opportunità che permette di accrescere la ricchezza ed il benessere della popolazione mondiale?

Credo che le paure che scuotono l'animo dell'uomo del XXI secolo non debbano interrompere quel processo di internazionalizzazione dell'economia che dagli anni '80 ha prodotto in maniera inarrestabile una poderosa crescita mondiale. Come presidente di un'Autorità Antitrust non posso che guardare con grande preoccupazione alla rinascita di forme di protezionismo e nazionalismo in Europa. La globalizzazione comporta un aumento del numero degli attori sui mercati internazionali incentivando la concorrenza. E questo non può che far bene anche agli attori tradizionali che saranno stimolati a valorizzare le loro competenze specifiche o a ricercarne di nuove. Occorre una rispecializzazione delle nostre industrie in settori chiave per lo sviluppo dell'Italia: penso alle nanotecnologie, al
design, a tutti quei settori dove paesi come la Cina non
possono fare quello che noi facciamo.
Dunque, nell'economia planetaria c'è spazio per tutti. Occorre tuttavia, proprio per dare risposte alle paure striscianti e al rischio di un ulteriore allargamento della distanza tra i Paesi poveri e i Paesi ricchi, riproporre di nuovo, con forza, il tema delle regole internazionali. Concorrenza significa infatti combattere ad armi pari: se uno Stato produce a costi più bassi, grazie alla diffusa violazione dei diritti fondamentali dell'uomo, viola il anche il principio della parità di condizioni competitive. E ridà forza ai venti di protezionismo che tornano a soffiare in tutto l'Occidente.




Inserito in data 15/04/2008
Franco Frattini

Ministro degli esteri  già Vicepresidente della Commissione europea e responsabile per il portafoglio Giustizia, libertà e sicurezza

Gli attacchi di New York hanno scioccato il mondo intero ed hanno cambiato per sempre la nostra percezione della sicurezza

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Inserito in data 15/04/2008
Giuseppe Lumia

Videointervento del Senatore Giuseppe Lumia già Vicepresidente della Commissione di inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa



Videointervento del Vicepresidente della Commissione di inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa

Intervista di Luana Tolomeo



Inserito in data 15/04/2008
Marco Minniti

Deputato, già Vice Ministro dell'Interno

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Inserito in data 15/04/2008
Federica Mogherini

Responsabile Istituzioni, Esecutivo del Partito Democratico


Responsabile Istituzioni, Esecutivo del Partito Democratico

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Inserito in data 15/04/2008
Giulio Santagata

Deputato già Ministro per l'attuazione del programma di Governo.
Non è la condizione di immigrato in sè che costituisce un fattore di pericolo per la sicurezza


Ministro per l'attuazione del programma di Governo.
Non è la condizione di immigrato in sè che costituisce un fattore di pericolo per la sicurezza


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Inserito in data 15/04/2008
Claudio Scajola

Ministro dello Sviluppo economico. già Presidente del Comitato Parlamentare per la sicurezza della Repubblica.
La riforma dell'intelligence tra sicurezza dei cittadini e tutela della libertà: il ruolo di garanzia del controllo parlamentare


Presidente del Comitato Parlamentare per la sicurezza della Repubblica.
La riforma dell'intelligence tra sicurezza dei cittadini e tutela della libertà: il ruolo di garanzia del controllo parlamentare


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Inserito in data 15/04/2008
Ferdinando Imposimato

Videointervento del Presidente Ferdinando Imposimato.


Inserito in data 14/04/2008
Antonio Manganelli

Video intervento del Capo della Polizia prefetto Antonio Manganelli


Inserito in data 14/04/2008
Editoriale di Michele Corradino

La difficile convivenza fra libertà e sicurezza

La società odierna si trova di fronte al compito di integrare popolazioni, culture, etnie diverse; il multiculturalismo è un'opportunità di sviluppo che pone nuove sfide al modo di essere del nostro vivere civile, alla convivenza tra gli esseri umani di portata globale. Coevo al multiculturalismo è l'affermarsi del senso di insicurezza degli individui e delle comunità a fronte di nuovi rischi e pericoli.
L'aumento della popolazione, i flussi migratori dei Paesi poveri verso i Paesi più ricchi, il terrorismo internazionale rendono più difficile realizzare standard di sicurezza soddisfacenti. Tuttavia il tema dell'immigrazione non deve essere confuso con quello della criminalità; infatti il dilagare dei sodalizi criminali concerne soprattutto i clandestini: gli stranieri irregolari.
Il problema maggiore alla luce del multiculturalismo, posto dalla presenza di gruppi sociali di culture diverse è fin dove il legislatore può spingersi a imporre regole uniformi che mortificano le diversità ed a partire da dove, invece, le diversità devono essere rispettate, contribuendo a fare evolvere la società in un'ottica di integrazione.
L'ordine e la sicurezza pubblica sono beni che ogni società dovrebbe garantire ai propri componenti. Essi costituiscono lo stesso presupposto del contratto sociale.
Hobbes, Locke, Rousseau, teorizzavano, infatti, che le società primitive, assolutamente libere, rinunciarono ad una parte della propria libertà e stipularono con lo Stato un “contratto sociale” con il quale, in cambio della cessione di una “quota” di libertà, venivano garantite sicurezza interna e difesa esterna.
La sicurezza, quindi, costituisce il valore essenziale per l'esistenza di una società, rappresentandone, in qualche modo il presupposto (ubi societas ibi ius).
La sicurezza ha progressivamente assunto una posizione centrale nel quadro dei valori di riferimento sia a livello interstatale che interno, dove si è venuto riscoprendo il bisogno di sicurezza, da soddisfarsi come diritto, a cui presidio si erano a suo tempo impegnate le carte costituzionali settecentesche: la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789 la faceva rientrare fra i diritti naturali ed inalienabili.
La sicurezza dei cittadini è una preoccupazione che accomuna tutti ed in una fase della nostra storia, come quella che stiamo vivendo, una delle sfide più difficili e complesse che le moderne società democratiche sono chiamate ad affrontare e risolvere, è quella di trovare il punto di equilibrio tra bisogno di sicurezza e tutela della libertà.
Proprio sul contemperamento tra esigenze di libertà ed esigenze di sicurezza si gioca il futuro dello Stato di diritto e della democrazia.
Sicurezza e libertà possono quindi a pieno titolo essere annoverati tra gli elementi fondanti di un sistema sociale pur con una doverosa precisazione : la sicurezza, a differenza della libertà, non rappresenta di per sé un valore assoluto, bensì deve essere considerata come un fattore strumentale e servente attraverso cui il cittadino può godere in pieno dei suoi diritti di libertà.
Proprio a tal fine, il concetto stesso di sicurezza non di rado comprime e limita alcune libertà del singolo per poter raggiungere il fine ultimo delle libertà di molti.
Il punto veramente nodale è il raccordo fra la domanda di sicurezza e le garanzie di libertà.
Infatti quando la sicurezza è minacciata entra in forse una libertà fondamentale, una libertà “da”, la libertà dalla paura.
Tuttavia un ordinato svolgimento della vita democratica presuppone non solo la tutela delle cosiddette “libertà negative”, quelle cioè che si declinano con la proposizione “da”, quali libertà dalla criminalità, libertà dalla paura, ma anche delle “libertà positive”, che si coniugano, invece, con la preposizione “di”, libertà di agire, libertà di intraprendere, libertà di sviluppare ogni iniziativa economica, sociale e ricreativa che amplia le sfere di godimento dei diritti individuali e senza le quali non vi può essere una prospettiva positiva per il futuro del nostro Paese.
Un sistema di sicurezza come il nostro, concepito nel solco dei principi costituzionali che si sviluppa nell'alveo di una società democratica è orientato più all'ampliamento delle libertà e dei diritti di tutti, che alla loro compressione.
Chi è chiamato a tutelare la sicurezza collettiva non può pertanto ragionare soltanto in termini di perseguimento dei colpevoli dei reati, ma ha il dovere di elaborare ed attuare strategie e programmi di prevenzione che ostacolino la violazione delle regole della civile convivenza.
Il perseguimento della sicurezza non può prescindere dal rispetto delle norme costituzionali a presidio della libertà individuale o collettiva.
Diceva Benjamin Franklin “chi è disposto a sacrificare la libertà in cambio della sicurezza non merita né l'una né l'altra cosa”.
Tuttavia a seguito di fatti episodici o emergenziali, enfatizzati dalla comunicazione di massa, si è divenuti più propensi a rinunciare a qualche diritto in cambio di maggiore sicurezza.
Una disciplina limitativa dei diritti di libertà, però, in un ordinamento costituzionale democratico dovrebbe essere temporanea, limitata al momento dell'emergenza, invece sembra stia assumendo un carattere permanente, rischiando di cronicizzarsi sotto la spinta di una “giustizia emozionale”, fatta di processi paralleli sui mass media.
La comunicazione, infatti, in base a come viene utilizzata può diffondere paura oppure ridurre i livelli di tensione.
Il prezzo della sicurezza rende sempre più vulnerabile il diritto alla privacy ,“the right to be alone”. Un binomio, quello che coniuga la sicurezza e la privacy, divenuto ormai inscindibile. L'antitesi o antinomia è, quindi, fra sicurezza e libertà, ovvero fra democrazia e diritti, fra privacy ed invadenza dello Stato. Ogni decisione che direttamente o indirettamente, limita la libertà e incide sulla privacy dei cittadini necessita di essere meditata ab origine e costantemente verificata nel suo corso.
Un dispositivo di sicurezza ottimale dovrebbe garantire armonia tra tutela sociale e libertà individuale e collettiva. La forza dello Stato di diritto non può essere che la libertà che dà energia al pluralismo delle sue componenti.
Bilanciare le esigenze del diritto alla sicurezza con il rispetto dei nostri diritti fondamentali, le nostre libertà, il nostro mondo privato non può prescindere, infine, da una grande e forte alleanza a livello europeo. L'Europa è, dunque, la protagonista in questa sfida per un Paese libero, sicuro e solidale.



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Inserito in data 14/04/2008
Giovanni Tinebra

Videointervento del Procuratore Generale di Catania pres. Giovanni Tinebra, già Capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria

Videointervento del Procuratore Generale di Catania pres. Giovanni Tinebra


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