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#SpazzaCorrotti. Corradino (Anac): “Misure indispensabili per la lotta alla corruzione, ora serve il salto culturale”

"È stato completato un disegno, già in fase avanzata con la precedente normativa, rispetto alla repressione e alla prevenzione. Adesso è il momento di passare al profilo culturale. È tempo di una svolta culturale che provochi un clima di intolleranza alla corruzione. Dobbiamo dare la sensazione della corruzione come un danno sociale. Bisogna reagire. La corruzione è uno stato personale e sociale nel quale uno si abitua a vivere, dice il Papa. Dobbiamo evitare proprio questo". Così Michele Corradino, commissario dell'Anac e magistrato del Consiglio di Stato, all'indomani dell'approvazione da parte del Consiglio dei ministri del ddl anticorruzione

 

“Sono molto contento, e il giudizio è favorevole. Molte misure, come io stesso sostengo da anni, erano indispensabili per la lotta alla corruzione”. È il commento di Michele Corradino, commissario dell’Anac e magistrato del Consiglio di Stato, all’indomani dell’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del ddl anticorruzione.

Tra i punti qualificanti, il divieto per i condannati per reati di corruzione di fare affari a qualsiasi titolo con la pubblica amministrazione. Il cosiddetto “daspo” dura da un minimo di 5 anni all’interdizione a vita.
Era indispensabile che corrotti e corruttori fossero espulsi dalla business society. Più che la pena, era importante non vederli mai più in giro. Non ritrovarli ad esempio nei corridoi dei ministeri, come purtroppo mi è capitato. L’espulsione di questi soggetti, condannati in via definitiva, dalla comunità di coloro che vogliono lavorare onestamente e portare avanti il Paese era fondamentale. La norma riguarda tanto le persone fisiche quanto le persone giuridiche.

È decisivo espellere dalla società coloro che l’hanno avvelenata.

Sono stati anche introdotti sconti di pena e “clausole di non punibilità” per quanti denunciano i corrotti o forniscono prove.
La magistratura ha dimostrato che quello che più è difficile nella lotta alla corruzione è l’accertamento del fatto, perché c’è un patto inossidabile tra corrotto e corruttore. La corruzione è un delitto di calcolo, in cui entrambi i soggetti hanno interesse comune che tutto resti segreto. Le indagini partono normalmente dai reati spia: evasioni fiscali, reati fallimentari. Non emergono dalle denunce, perché nessuno ha interesse a denunciare.

Viene introdotto all’interno del patto, un conflitto di interessi. Chi lo rompe, ottiene un beneficio. È interessante aver fatto questo passo, perché si scardina l’alleanza.

Quanto alla possibilità di utilizzare agenti sotto copertura anche per i reati di corruzione?
Chiariamo subito che non si tratta dell’agente provocatore, rispetto al quale ero molto contrario. L’agente sotto copertura, invece, è stato utilizzato in reati di terrorismo, droga, pedofilia con grande utilità. Si accerta un reato già esistente e sotto il profilo probatorio può favorire l’indagine.

È stata eliminata la possibilità di restare anonimi per chi fa donazioni a partiti, fondazioni o altri organismi politici.
Oggi il potere si sta allocando in luoghi diversi rispetto a quelli tradizionali, pensiamo alle fondazioni e ai soggetti che veicolano il consenso. Dobbiamo garantire la trasparenza di questi soggetti e capire chi sta dietro ad essi, anche per garantire le informazioni utili ai cittadini che devono votare.

Cosa, invece, non l’ha convinta?
Mi sarei aspettato di più dal traffico di influenze illecite che punisce il facilitatore, colui che mette in contatto corrotto e corruttore.

Sarebbe stato importante strutturare meglio il reato, che fino ad oggi non è stato in grado di cogliere tutti i fenomeni di corruzione.

Quanto manca affinché la bilancia della lotta alla corruzione penda finalmente dalla parte giusta? 
È stato completato un disegno, già in fase avanzata con la precedente normativa, rispetto alla repressione e alla prevenzione. Adesso è il momento di passare al profilo culturale.

 È tempo di una svolta culturale che provochi un clima di intolleranza alla corruzione.

Dobbiamo dare la sensazione della corruzione come un danno sociale. Bisogna reagire. La corruzione è uno stato personale e sociale nel quale uno si abitua a vivere, dice il Papa. Dobbiamo evitare proprio questo.