Federica Mogherini - Deputata PD -
L'Italia ha bisogno di riforme, tanto più oggi, nel pieno di una crisi internazionale che mette in discussione tutti i fondamentali della nostra società: la sua struttura produttiva, il suo mercato del lavoro, il suo sistema di infrastrutture, la sua pubblica amministrazione e più in generale lo Stato e il rapporto tra potere centrale e autonomie locali.
Il nostro Paese non può più rinviare le risposte che cerca da oltre 15 anni per ridefinire la sua Costituzione formale e materiale, per far entrare l'Italia nel nuovo secolo con istituzioni profondamente rinnovate: dovrebbe essere chiaro a tutti ormai che l'alternativa, sempre più concreta e vicina, è quella di un inesorabile declino nazionale.
Il mondo sta cambiando: la crisi della globalizzazione della finanza, il fallimento del liberismo economico, l'assenza di regole e di controllo democratico sulle grandi scelte internazionali, chiamano in causa per la prima volta da anni una presenza nuova del potere pubblico, di buona politica, di partecipazione democratica, capace di legare locale e globale nella costruzione di una nuova statualità capace di essere più vicina ai cittadini e di esercitare allo stesso tempo una funzione al di là dei vecchi confini nazionali.
Questo vale tanto più per l'Italia, che più delle altre democrazie occidentali ha bisogno di ripensare se stessa.
Per questo la discussione sulle riforme istituzionali nel nostro Paese meriterebbe davvero di essere portata su un piano diverso dalla polemica politica quotidiana, per avere quel respiro lungo e quel consenso nazionale ampio che necessita.
E' bene provare a partire dal merito, da proposte concrete, da progetti di riforma da confrontare in Parlamento e, più in generale, in un dibattito pubblico, aperto ai cittadini, ai territori, alle parti sociali e al mondo della cultura.
La riforma istituzionale più importante e complessa è quella del federalismo, che significa ripensare la forma del nostro Stato, il fondamento della nostra unità nazionale, non solo con una redistribuzione di poteri dal centro verso i territori, ma anche con una riorganizzazione del welfare italiano, nella direzione di una maggiore equità, universalità ed efficienza dei servizi pubblici.
Il Partito Democratico ha presentato in questi giorni al Senato un disegno di legge delega sul federalismo fiscale, che rappresenta un contributo importante al confronto parlamentare.
Una proposta che nasce dalla consapevolezza che sulla riforma federalista oggi l'Italia si trova in mezzo al guado: la riforma costituzionale del 2001 era infatti solo il primo passo di un processo che attende di essere completato ormai da troppo tempo, accompagnando al trasferimento di competenze e poteri dallo Stato agli enti locali, il necessario decentramento fiscale.
Perché oggi viviamo una contraddizione del sistema istituzionale italiano: ad una responsabilità politica e amministrativa trasferita negli ultimi anni ai governi di prossimità, non è seguito un ripensamento delle responsabilità finanziarie pubbliche, un trasferimento cioè anche di risorse.
Di fatto l'Italia è uno Stato a forte struttura regionale, senza avere i mezzi adeguati per far funzionare, come si vorrebbe, nel modo più efficiente e responsabile le autonomie locali.
Il rischio è che se non si completa il processo della riforma federalista, si alimenti confusione di competenze o conflitti tra diversi livelli istituzionali, inefficienza dei servizi pubblici, ma soprattutto deresponsabilizzazione di quei soggetti a cui sono stati demandati nuovi compiti che, non disponendo delle risorse necessarie per poterli portare a termine, possano loro per primi alimentare nei cittadini un senso di ostilità verso lo Stato, spinte antipolitiche, sentimenti di sfiducia e di disgregazione.
Si propone dunque di realizzare un'idea di federalismo “cooperativo”, un vero patto tra le diverse aree del Paese con cui offrire una risposta alle crescenti disuguaglianze e spinte divaricatrici tra Nord e Sud.
Un federalismo che realizzi la più profonda opera di modernizzazione dello Stato degli ultimi trent'anni, ricostruendo un rapporto trasparente tra istituzioni e cittadini, a partire dal nesso tra servizi pubblici, bilancio dello Stato e imposizione fiscale.
Imporre, cioè, alla pubblica amministrazione standard di efficienza verificabili quanto ad impiego delle imposte, con la definizione di livelli quantitativi e qualitativi dei servizi pubblici locali da raggiungere.
Questa grande innovazione può essere introdotta solo se l'intero progetto di riforma trovi la sua fonte di ispirazione principale in due principi costituzionali fondamentali: l'uguaglianza dei diritti essenziali per tutti i cittadini e la partecipazione di ogni cittadino, indipendentemente da dove risiede, al finanziamento dei servizi pubblici in misura progressiva sulla base della sua capacità contributiva.
Sulla base di questi principi ispiratori, si propone un “Patto per la convergenza tra le diverse aree del Paese” sia nei costi unitari, sia negli standard dei servizi pubblici erogati.
Una doppia convergenza: la prima verso servizi resi in tutti i territori alle condizioni di costo delle regioni più efficienti; la seconda verso standard di qualità sempre più omogenei nelle diverse aree del Paese. Efficienza ed efficacia dei servizi, dunque.
Efficienza, per ridefinire i fabbisogni di spesa sulla base non della spesa storica, ma degli standard raggiunti dalle migliori amministrazioni; efficacia, per determinare la dotazione di risorse moltiplicando il costo standard unitario per l'obiettivo quantitativo e qualitativo del servizio che si intende garantire in quello specifico territorio.
Si intende, in sostanza, applicare al governo dei servizi pubblici fondamentali gli stessi meccanismi utilizzati nel processo di convergenza economica dell'Unione europea, non limitandosi cioè a stabilire le assegnazioni delle risorse, ma vincolandone l'erogazione al raggiungimento da parte delle istituzioni locali di obiettivi di servizio quantificati e verificati.
Vengono previsti, inoltre, tre strumenti fondamentali per la realizzazione del processo federalista.
Innanzitutto un coordinamento dinamico della finanza pubblica, definendo un livello programmato della pressione fiscale complessiva e della sua ripartizione tra i diversi livelli di governo, per riaffermare che la finanza pubblica nel suo complesso è ancora materia dello Stato e che se si “territorializzano” le grandi imposte nazionali si modifica un fondamento essenziale della stessa cittadinanza italiana, che è la base nazionale e progressiva del sistema fiscale.
Il secondo strumento è la definizione di livelli essenziali delle prestazioni relative a diritti sociali e civili da garantire su tutto il territorio nazionale.
Il terzo è, infine, la definizione degli strumenti di perequazione, di riequilibrio finanziario per le aree territoriali più deboli e arretrate.
Il confronto parlamentare delle prossime settimane ci dirà se queste proposte troveranno ascolto, così come si verificherà quanto il federalismo fiscale potrà essere collocato in una nuova cornice istituzionale, in un più complessivo intervento di riforme delle istituzioni, a partire dal superamento del bicameralismo perfetto, con la creazione di un Senato federale.
Di certo, non è immaginabile una riforma federalista senza un consenso ampio e trasversale: gli interventi a colpi di maggioranza che in passato sono stati realizzati da entrambe le parti politiche non sono riusciti a chiudere la lunga transizione istituzionale italiana, ma hanno lasciato l'Italia in mezzo al guado.
E' in gioco l'unità del nostro Paese, la sua capacità di rinnovarsi nel profondo per ritrovare una sua funzione nazionale per gli anni a venire. E questo davvero è un interesse comune intorno al quale ritrovarsi tutti, facendo ogni sforzo perché una riforma seria e moderna dello Stato possa finalmente vedere la luce.