Secondo alcune analisi il libero dispiegarsi delle forze di mercato tende ad accrescere le disuguaglianze, creando fratture all'interno della società che, nelle loro forme più estreme, possono portare alla rottura del “patto sociale” e dunque minacciare la sicurezza dello Stato. Come può essere evitata questa frattura?
L'attuale fase storico-economica sembra indubbiamente mettere alla prova l'idea che un'economia aperta, ormai inesorabilmente globalizzata, possa produrre benessere diffuso e progresso tra i popoli. Si torna a parlare, con insistenza, di fallimento del mercato e riprende quota la voglia di statalismo e di protezionismo. Quando la collettività deve affrontare la crisi economica, quando recessione e l'inflazione incidono direttamente sulla vita delle famiglie, ampliando la quota di popolazione sotto il livello di povertà, il rischio di rottura del ‘patto sociale' si fa indubbiamente concreto. Sarebbe tuttavia un errore affrontare queste problematiche con un salto all'indietro, rispolverando la ricetta della presenza dello Stato nell'economia per riequilibrare la distribuzione delle risorse disponibili.
Puntare sulle liberalizzazioni e sull'apertura dei mercati come antidoto contro la crisi resta infatti la strada maestra. Tuttavia non possiamo dimenticare che l'attività economica deve svolgersi nella correttezza e nell'osservanza delle regole per far sì che la massimizzazione dell'utilità del singolo non si tramuti in un ulteriore svantaggio per la collettività, ma rappresenti invece un arricchimento del bene comune. Il mercato vive di regole, a patto che queste siano snelle e proporzionate all'obiettivo. Farle applicare con oggettività e trasparenza, soppesando interessi singoli e interessi collettivi, è il lavoro che deve svolgere quotidianamente la nostra Autorità. Senza le regole, e il loro rispetto, non solo il patto sociale può, soprattutto nelle fasi recessive, scricchiolare o addirittura rompersi, ma si può innescare una pericolosa crisi di fiducia da parte dei cittadini nei confronti delle imprese e della produzione. Non credo sia casuale che la tutela dei consumatori sia finalmente entrata nel nostro ordinamento con un attenzione da parte del legislatore fino a pochi anni fa del tutto sconosciuta. Se il consumatore può liberamente scegliere su un mercato dove chi non rispetta le regole viene pesantemente sanzionato è il mercato stesso che, da questa tutela, trae linfa vitale.
Per ridare slancio all'economia libertà d'impresa e rispetto delle regole debbono dunque andare di pari passo. Se lo Stato lascia spazio alla società, in tutte le sue forme organizzative, può crearsi maggiore ricchezza.
L'arretramento dello Stato e delle istituzioni dall'economia non deve tuttavia significare anarchia del mercato. Per questo l'Antitrust, quando è necessario, interviene sulle aziende, vietando concentrazioni che possono apportare nocumento al mercato e, in ultima analisi, ai consumatori. Proprio perché il mercato non è perfetto è necessario vigilare, per evitare abusi o intese tra forti che strozzano l'economia e si ripercuotono, alla fine, su i più deboli, siano essi i consumatori o le imprese concorrenti. Il nostro ruolo, come quello delle altre Autorità indipendenti, è dunque fondamentale per difendere e corroborare la forza del mercato senza che si crei sfiducia nel mercato stesso.
Non c'è dicotomia tra competizione e solidarietà, tra merito e welfare. Il bene comune si realizza attraverso il principio di sussidiarietà. Anzi, la concorrenza è una medicina essenziale per consentire al Paese di crescere. E solo la ripresa economica può dare la libertà dal bisogno, che Roosevelt metteva allo stesso livello della libertà di credo, di pensiero e di libertà dalla paura.
Ritiene ormai assodato il principio per cui la sicurezza nazionale non può che essere assicurata con una politica di apertura agli scambi con l'estero fondata sui principi della libertà di scambio?
Innanzittutto occorre fare una premessa sul concetto di sicurezza nazionale che, nell'era della globalizzazione, assume molte e diverse implicazioni. E' evidente che la sicurezza interna, intesa in senso tradizionale come tutela dell'incolumità dei cittadini, non può essere oggetto di analisi da parte dell'Antitrust. Esiste invece un nesso tra la sicurezza dello Stato, legata agli equilibri geopolitici, e le materie di interesse di un'Autorità di concorrenza. Le quotazioni delle materie prime degli ultimi mesi costituiscono un esempio eclatante dell'interdipendenza tra equilibri politici ed economia mondiale. In questo contesto assume rilievo fondamentale per la crescita dell'economia nazionale la sicurezza degli approvvigionamenti dei beni di prima necessità che l'Italia importa prevalentemente o del tutto dall'estero.
Pensiamo al caso del gas, da cui dipendono i nostri consumi energetici sia diretti che tramite l'industria di trasformazione. Si tratta oltretutto di una dipendenza concentrata (per il 65%) nei confronti di due soli Paesi, la Russia e l'Algeria. Basterebbe che uno solo dei due chiudesse il rubinetto per mettere in ginocchio la nostra economia e il benessere quotidiano dell'intera collettività. Per questo l'Autorità negli ultimi anni, da quando il tema è tornato prepotentemente alla ribalta, ha insistito perché venisse creata una rete di rigassificatori che permettesse una diversificazione delle fonti di approvvigionamento. Purtroppo il meccanismo di veti incrociati che caratterizza i processi decisionali del nostro Paese ha bloccato la costruzione di rigassificatori. Per evitare le tensioni sociali legate alle proteste locali si è messa una seria ipoteca sulla sicurezza dell'intera collettività nazionale nel medio periodo.
Il risultato è che ad oggi c'è un solo rigassificatore in funzione, quello di Panigaglia, oltretutto di proprietà di Eni che resta ampiamente l'operatore dominante nel settore. Proprio nei confronti di Eni e dell'atteggiamento escludente avuto nei confronti dei concorrenti che volevano accedere all'impianto di Panigaglia, l'Autorità ha dovuto aprire un'istruttoria per possibile abuso di posizione dominante. Per evitare la sanzione e l'accertamento dell'infrazione Eni ha presentato impegni di gas release per 4 miliardi di mc di gas, a prezzi inferiori a quelli di mercato. L'Autorità ha accettato gli impegni rendendoli vincolanti ma è evidente che la sola azione Antitrust non basta. se davvero si ha a cuore la sicurezza nazionale occorrono soluzioni strutturali che passano inevitabilmente per la costruzione di una rete di rigassificatori,
Il tema dell'energia investe peraltro la vita quotidiania degli italiani, costretti in questi mesi a fare i conti con aumenti dei prezzi di gas ed elettricità ai quali molte famiglie stentano a far fronte. Una soluzione possibile per attenuare gli effetti dell'impennata del prezzo del gas (legato alla quotazione del petrolio) potrebbe essere quella di costituire una centrale di acquisto europea per aumentare il potere contrattuale delle aziende, molte delle quali ancora controllate dai Governi.
Un minor prezzo di approvvigionamento trasferito ai consumatori finali potrebbe attenuare le possibile tensioni sociali legate al progressivo impoverimento delle famiglie con il quale il nostro Paese (ma non solo) sta facendo i conti.
Affrontare alcuni snodi fondamentali per il benessere delle famiglie italiane e per la sicurezza del Paese non significa tuttavia mettere in alcun modo in discussione il modello di economia aperta al libero scambio: sarebbe antistorico oltre che economicamente insostenibile: l'Italia vive di esportazioni e importa tutte le materie prime. Certo, in Europa c'è chi sta organizzando 'neo nazionalismi' che impediscono a chiunque di entrare. Ma si tratta di esempi negativi, che rappresentano un macigno sulla via della costruzione di un Unione europea economicamente e politicamente forte.
Passando alla dimensione globale della sicurezza Thomas Friedman nel suo libro “Le radici del futuro” afferma “ La paura dominante dell'era della globalizzazione è il radicale cambiamento innescato da un nemico che non si sa riconoscere, vedere o toccare: la sensazione che il proprio lavoro, la comunità a cui si partecipa, l'impiego possano essere trasformati in qualunque momento da un'anonima forza economica o tecnologica che è tutto fuorché stabile”. Come limitare, allora, questa paura e trasformare il pericolo globale piuttosto che in una minaccia alla sicurezza nazionale che porta ad una competizione “parossistica”, in un'opportunità che permette di accrescere la ricchezza ed il benessere della popolazione mondiale?
Credo che le paure che scuotono l'animo dell'uomo del XXI secolo non debbano interrompere quel processo di internazionalizzazione dell'economia che dagli anni '80 ha prodotto in maniera inarrestabile una poderosa crescita mondiale. Come presidente di un'Autorità Antitrust non posso che guardare con grande preoccupazione alla rinascita di forme di protezionismo e nazionalismo in Europa. La globalizzazione comporta un aumento del numero degli attori sui mercati internazionali incentivando la concorrenza. E questo non può che far bene anche agli attori tradizionali che saranno stimolati a valorizzare le loro competenze specifiche o a ricercarne di nuove. Occorre una rispecializzazione delle nostre industrie in settori chiave per lo sviluppo dell'Italia: penso alle nanotecnologie, al
design, a tutti quei settori dove paesi come la Cina non
possono fare quello che noi facciamo.
Dunque, nell'economia planetaria c'è spazio per tutti. Occorre tuttavia, proprio per dare risposte alle paure striscianti e al rischio di un ulteriore allargamento della distanza tra i Paesi poveri e i Paesi ricchi, riproporre di nuovo, con forza, il tema delle regole internazionali. Concorrenza significa infatti combattere ad armi pari: se uno Stato produce a costi più bassi, grazie alla diffusa violazione dei diritti fondamentali dell'uomo, viola il anche il principio della parità di condizioni competitive. E ridà forza ai venti di protezionismo che tornano a soffiare in tutto l'Occidente.